Brucia la città

Brucia la città Culicchia

A little party never killed nobody… (Fergie)

Torino è calda, caldissima, incandescente. Culicchia in Brucia la città ci descrive la  la “sua casa” come un girone infernale, un loop di movida e bamba. Una metropoli che si vuole scollare di dosso l’etichetta di grigia e di industriale, ma che si ritrova a vivere in un eterno after party, in un vuoto di valori.

Il lettore si sposta di locale in locale, seguendo la scia di droga, alcol, sesso e musica lasciata da Iaio e dai suoi colleghi dj. Dietro un’apparenza giovane, creativa e sbarazzina si nascondono dei demoni interiori spaventosi e una grande, devastante solitudine. Il protagonista, che mente a sé stesso sino all’ultimo, illudendosi di non essere schiavo della bamba, attraversa la città, inseguendo il fantasma di una ragazza, mentre le tenebre si addensano di pagina in pagina.

Culicchia ci mostra Torino attraverso una lente deformante, mettendone in luce gli aspetti più controversi, trasformandola nel fondale di una favola dark, ma dannatamente reale. Un città abitata da figure dai nomi volutamente ironici, come Serenella e Allegra, ragazze tutt’altro che in pace con sé stesse, e da politici maneggioni. Un luogo in cui dominano la “fuffa” e gli affaristi:

Il cameriere ha posato il vassoio con la torta sul carrello. Minfischio gli si avvicina, afferra dalla tovaglia bianca un lungo coltello per dolci coperto da un tovagliolo bianco. Quindi taglia con cura una fetta di torta, e di città. (…) Mette la fetta che ha tagliato in un piatto per dolci bordato d’oro. La porge all’ingegner Deturpi. Ne taglia un’altra, la mette in un secondo piatto e la porge a Denaro. Poi ne taglia una per Depredo. Poi una per Divoro. Infine tocca a Mincenso, Mintasco e Marrangio.

Torino viene tagliata, così come le strisce di droga consumate da Iaio e company. Sempre di più, sinché non si sprofonda in un’allucinazione che rende sempre più difficile distinguere la realtà dall’immaginazione. Il dj diventa un narratore sempre più inaffidabile, in preda a visioni apocalittiche, in cui Torino esplode, sprofonda. Il lettore rimane invischiato in una rete di ripetizioni ipnotiche, talvolta noiose, che frammentano la scena metropolitana in un susseguirsi di immagini, di situazioni sempre uguali e nauseanti: dalle cameriere, tutte uguali, agli stessi personaggi, tra cui lo stesso autore, che si ritrovano di festa in festa.

Culicchia si è ispirato a Trainspotting: lo dicono molti recensori e lo ammette, indirettamente, lui stesso. Però, io non ho mai letto Welsh (male, molto male)e non ho potuto cogliere tutti i riferimenti. Questo romanzo mi ha, invece, riportato alla mente La ferocia di Lagioia: ho ritrovato la stessa crudezza, la stessa indifferenza e incapacità di comunicare tra generazioni, lo stesso desiderio di mettere le mani su una fetta di torta, a scapito degli altri, la stessa corsa verso l’autodistruzione. Certo, i due stili e le due realtà raccontate sono molto differenti: la Ferocia è più raffinato, stimolante, mentre il libro di Culicchia è più viscerale, più pulp. Può essere interessante leggerli uno dopo l’altro, per metterli a confronto, per fare un viaggio nella notte con i nostri incubi metropolitani.

La donna giusta

La donna giusta Màrai

Non esiste mai una sola versione di una storia. Ognuno dei protagonisti ve la racconterà dal suo punto di vista, cambiando sfumature, tralasciando dei particolari in favore di altri, manipolando, più o meno intenzionalmente, la realtà. Lo farà perché crede di essere nel giusto e perché capire le motivazioni degli altri è quasi impossibile. Il romanzo La donna giusta, di Sàndor Màrai, gioca su questa ambiguità di fondo.

L’autore ci racconta un triangolo amoroso (a cui si aggiungeranno altri lati) attraverso quattro monologhi. In questi atti, assistiamo alla fine di un matrimonio e di un’era. La prima a prendere la parola è l’ex moglie, innamorata ma non corrisposta, che ha scoperto che il marito era infatuato di un’altra, di Judith, della “donna giusta” per lui. Segue l’ex marito che ci espone la sua “mezza verità”, confondendo le carte, gettando una luce sinistra sulle due dame di cuori della sua vita. Mentre il primo punto di vista è incentrato sull’affetto non ricambiato, su una tragica ossessione, il secondo sposta l’attenzione su una questione che diventerà dominante nella seconda parte del libro: quella della lotta di classe. Infatti, quando arriva il turno della “donna giusta”, della domestica per cui l’uomo ha lasciato la sua prima “borghesissima” consorte, il lettore comprende che non si sta parlando tanto di amore, quanto di odio, di un abisso tra classi che sembra invalicabile. Judith cercherà di trasformarsi in una signora, cannibalizzando le ricchezze del suo compagno, mettendo le mani su tutti i privilegi che le sono stati negati. Infine, la scena si sposta in America, dove un ex di Judith, incontra il suo ormai ex-marito.

La donna giusta è un racconto incentrato sulla parola ex, su vuoti, sull’incapacità di trovare la persona “giusta”. L’amore va in pezzi come la città di Budapest durante la  guerra, sempre che si possa davvero parlare di amore. I personaggi vivono l’intimità come desiderio di possesso: l’uomo sembra considerare Judith come un oggetto da comprare e da restituire, quando si rende conto che è “difettoso”, che la donna non vuole più essere una serva, ma ambisce a lottare contro di lui per acquisire un maggiore status sociale; allo stesso tempo, Judith desidera tutto quello che le è stato negato durante la sua miserabile infanzia ed è pronta a conquistarlo con le unghie e con i denti. Da un lato abbiamo una borghesia imbalsamata, costretta in una gabbia fatta di educazione, di soprammobili e di buone maniere, rappresentata dai primi due narratori, sotto la cui superficie di porcellana, si nascondono inquietudini e fissazioni. Dall’altra, il proletariato, incarnato da Judith e dal suo ex-amante: desideroso di vita, di prestigio, ma destinato a rimanere intrappolato nella macchina mortale del consumismo.

La guerra, che travolge i personaggi, segna la fine di un ciclo sistemico di accumulazione, impoverendo l’Europa e facendo emergere la nuova potenza americana. Nell’ultimo atto, ci spostiamo nella nazione emergente, per fare i conti con questo cambiamento. Il borghese perde il suo potere d’acquisto, i privilegi che gli erano stati tramandati di generazione in generazione, mentre il proletariato può acquistare i nuovi oggetti-feticcio della ricchezza, come l’automobile. Il popolo si trasforma in un gigantesco consumatore, che con i suoi acquisti, rimpolpa le tasche dei suoi vecchi padroni.

L’idea di fondo di questo romanzo è geniale, però, c’è sempre un però, la lettura è quanto mai faticosa. Non è semplice reggere il peso di quattro monologhi così lunghi: immaginate di essere l’interlocutore dei protagonisti, riuscireste a stare a sentire qualcuno che vi parla, ininterrottamente per più di un’ora? Dover raccontare la stessa storia da più punti di vista costringe a, inevitabili ripetizione, e a sacrificare l’immediatezza del racconto. Lo stesso Màrai, in degli inserti meta-letterari, sembra ammonire il lettore: questo non è un giallo da consumare rapidamente, è un libro di altro spessore, più difficile da digerire e apprezzare. Non si può prenderlo come una lettura d’evasione e richiede un livello di attenzione che non è sempre facile mantenere.

Firmino

Firmino Sam Savage

Abusivo, girovago, parassita, saccente, guardone, roditore di libri, sognatore ridicolo, mentitore, parolaio e pervertito: ecco come si definisce Firmino, il protagonista dell’omonimo romanzo di Sam Savage. Un lettore malinconico, solitario, un outsider che assiste, di giorno in giorno, allo smantellamento del degradato quartiere di Scollay Square, a Boston. Un divoratore di storie, che passa le sue giornate desiderando di avere l’eleganza di Fred Astaire, di conquistare le Bellezze che vede al cinema, a luci rosse e non, e di realizzare grandi e irrealizzabili speranze. Un ratto che vorrebbe essere un uomo.

Dimenticatevi Ratatouille e tutto quello che credete di sapere sui sorci antropomorfi: Firmino è diverso e per lui non si prospetta un avvenire disneiano. Il nostro ratto di biblioteca è dotato di una grandissima intelligenza, ma non del dono della parola: è condannato ad osservare gli umani, che sente più affini a sé dei suoi simili, senza poter interagire con loro. La sua è una realtà sordida, squallida, un mondo arido e freddo rischiarato solo da parole meravigliose.

Mentre il roditore ripercorre le tappe della sua esistenza, i confini iniziano a sfumarsi i contorni diventano più incerti: non sappiamo più bene cosa sia reale e cosa no, e più di una volta abbiamo l’impressione di avere davanti un malinconico poeta maledetto invece di un sorcio. Firmino, nel corso del romanzo, indossa più di una maschera: cancella la sua figurina di essere rachitico per trasformarsi in un elegante divo del cinema in bianco e nero. Potrebbe essere uno scrittore che, per colpa di una maledizione, si è ritrovato intrappolato nel corpo di un topo. O, forse, è semplicemente l’incarnazione del diverso, di chi non si trova a suo agio con sé stesso e con gli altri e trova un porto sicuro solo tra le lettere.

Firmino, come il protagonista delle Notti bianche, si rifugia nell’immaginazione e osserva la vita dal Ballatoio e dalla Mongolfiera, la sua personale soffitta, palco di teatro all’interno della libreria Pembroke Books sognando di poter interagire con il suo proprietario. Poi riabbassa lo sguardo sulle pagine, con la triste consapevolezza di essere un perdente, destinato alla sconfitta:

Guardatelo, il Cavaliere dalla Trista figura: fatuo, cocciuto, clownesco, ingenuo sino alla cecità, idealista sino al grottesco – e chi è costui se non la sintesi di me stesso? La verità è che non sono mai a posto con la testa. Solo, non combatto contro i mulini a vento. Faccio di peggio: sogno di combattere contro i mulini a vento, muoio dalla voglia di combattere contro i mulini a vento, e talvolta persino, immagino di aver combattuto contro i mulini a vento. Mulini a vento o mulini della cultura, o piuttosto, diciamo, le più accattivanti tra le cose invincibili, quei macinatori di erotismo, piccoli mulini lascivi di lussuria, fabbriche carnali di gioie perverse, regni favolosi di fornicatori frustrati (…)

Il topo-lettore ci commuove con la sua fragilità, con i suoi desideri frustrati e con l’etichetta di “sbagliato” che si porta sempre appesa al collo. In lui rivediamo noi stessi ogni qualvolta cerchiamo rifugio tra l’inchiostro, per scordarci della bruttezza che ci circonda. Ogni lettore ha vissuto più di una vita, ha attraversato specchi, ballato il jazz a West Egg, sognato di incontrare i Grandi, i sommi maestri della parola. Ognuno, arrivato all’ultima pagina ha dovuto ricordarsi di non essere un eroe, ma ha trattenuto nel cuore una scintilla dell’incanto che le storie sanno ancora regalarci.

L’inventore di sogni

L'inventore di sogni McEwan

C’è chi sogna solo di notte e poi c’è anche chi sogna anche di giorno. Appartengo a questa seconda categoria: mi basta sentire una canzone, vedere un film o leggere un libro di cui non piace il finale, o a cui vorrei aggiungere delle scene, per iniziare a fantasticare. L’inventore di sogni di Ian McEwan è un dono per tutti “gli immaginatori”, per chi si porta dietro un universo intero che può evocare a suo piacimento.

Peter Fortune, il protagonista e l’ideatore della serie di bizzarre e oniriche fantasie che compongono il romanzo è un bambino “difficile”:

La gente lo considerava difficile perché se ne stava sempre zitto e a quanto pare questo dava fastidio. L’altro problema era che gli piaceva stare da solo. Non sempre naturalmente. Nemmeno tutti i giorni. Ma per lo più gli piaceva prendersi un’ora per stare tranquillo in qualche posto, che so, nella sua stanza, oppure al parco. Gli piaceva stare da solo e pensare i suoi pensieri. (…) A scuola Peter spesso lasciava Peter seduto nel banco, mentre la sua mente partiva per lunghi viaggi, ma anche a casa gli era capitato di avere delle noie per quei sogni ad occhi aperti.

Peter vive con la testa tra nuvole, si dimentica le cose, non riesce a completare i compiti in classe. Dovrebbe essere un disastro, invece, McEwan ci rassicura sin dalle prime pagine: il piccolo inventore ha davanti a sé un futuro brillante. Questo perché le sue fantasie gli permettono di osservare il mondo da più di un punto di vista, che sia quello di un gatto o di una bambola poco importa, di affinare la sua mente. Il bambino si interroga sul mondo che lo circonda e mentre trasforma la realtà, più o meno inconsapevolmente, la analizza. Questo libro è un invito a continuare a immaginare, a non lasciare che la quotidianità offuschi la nostra creatività e la nostra gioia di vivere.

Seguire Peter nel viaggio nel microcosmo che abita la sua testa, significa perdersi in un paese delle meraviglie dove piccolo e grande si confondono, dove situazioni comuni si trasformano in grandi avventure. Basta un piccolo spunto, un numero, una bambola un po’ inquietante per lasciarsi andare, per immergersi in un nuovo sogno. Sono fantasie che nascondo intuizioni più profonde, a volte venate di tristezza: come lo sguardo sul mondo degli adulti, che appare dominato dalla ripetizione, dalla noia, ma che viene illuminato dall’amore, o come l’ultimo commovente incontro con il gatto si famiglia.

Si può scegliere di sfogliare L’inventore di sogni come se fosse una raccolta di racconti, e sceglierne uno da leggere prima di andare a dormire: sono storie capaci di rasserenare l’animo e sono anche un invito a non fermarsi alle apparenze, a sondare più a fondo i nostri problemi. Per esempio, Peter riesce a sconfiggere un temibile bullo proprio grazie alla sua empatia e alla sua capacità di analizzare, scomponendola attraverso la fantasia, la realtà. I sogni, specialmente quelli ad occhi aperti, sono sempre un buon antidoto al grigiore, all’inquietudine, e nascondono più di una risposta inaspettata: basta saperli ascoltare. Basta che non cominciate a dimenticarvi la vostra sorellina/fratellino/cuginetta/cuginetto o i vostri figli sull’autobus.

Donne dagli occhi grandi

Donne dagli occhi grandi

Chi non vorrebbe una zia così? In Donne dagli occhi grandi Ángeles Mastretta dà vita a una galleria di figure femminili forti e indimenticabili, le “zie” di Puebla. La lettrice passeggia per le vie della cittadina, fermandosi di porta in porta per incontrare queste signore, i cui destini finiscono con l’intrecciarsi, e arrivata all’ultima pagina si sente una di famiglia.

Non è semplice creare così tanti personaggi e riuscire a dare a ognuno un carattere definito, senza rischiare di appiattirli, di trasformarli in tante figurine di carta: Mastretta è riuscita a creare un intero paesino di donne, tutte diverse e a tutto tondo. La voce narrante è qualcuno che le conosce bene, che può rivelarci i segreti e le passioni di quelle che racconta essere sue zie. Ci trasporta in un Messico colorato e profumato di spezie, dove ogni señora è dolce come lo zucchero e piccante come il peperoncino. Ogni zia ha uno sconfinato desiderio di vivere, di amare che non può essere piegato dal destino.

Queste donne hanno occhi grandi, aperti sul mondo che non si chiudono davanti al dolore e che scintillano di sottile malizia e ironia. Tutte loro vengono messe alla prova, ma reagiscono davanti alle difficoltà, con una forza interiore che sembra trasmettersi, come una magica benedizione, di generazione in generazione. Basta pensare alla zia Cristina, capace di inventarsi un marito per forgiare a suo piacimento la sua vita e rimanere nella sua Puebla. Le zie non si fanno mettere all’angolo, affrontano uomini e mariti con piglio sicuro, senza farsi mettere i piedi in testa.

La lettrice (ma questo libro farebbe bene anche a molti lettori maschi) sorride, passando da una storia all’altra e si sente felice. Da ognuna di queste zie impara una lezione e apprende che dalle storie di donne forti si può trarre nutrimento e linfa vitale:

(…) si avvicinò alla bambina e cominciò a narrarle le storie della sue antenate. Chi erano state, con quali uomini avevano intrecciato le proprie vite prima che la bocca e l’ombelico di sua figlia si formassero in lei. Di che pasta erano fatte, quante traversie avevano passato, quali pene e quali gioie le avevano lasciato in eredità. Chi aveva seminato con coraggio e fantasia la vita che toccava a lei prolungare.

Questo è il libro perfetto da assaporare di sera in sera, nei ritagli di tempo come mi ha consigliato Pina de Il mestiere di leggere che me lo ha fatto conoscere con la sua eccellente recensione. Gustatelo come se fosse un dolce ricco di spezie e sapore e poi regalatelo a vostra sorella, a vostra madre a vostra zia, a una delle donne forti e indipendenti che rendono speciale la vostra vita.

P.S Ho preso in prestito questo romanzo dalla Biblioteca Lagorio di Imperia, ultimo baluardo culturale, di una città dove le Muse muoiono un po’ ogni giorno e che adesso rischia di chiudere. Il mio pensiero va ai coraggiosi bibliotecari che cercano di difenderla e di continuare a tenere acceso nei cuori l’amore per la letteratura.

Un terribile amore

un terribile amore catherine dunne

Come reagisci quando tutto quello che hai amato ti viene strappato dalle mani, quando l’uomo che credevi essere un angelo, un dio, si trasforma in un diavolo? In Un terribile amore, Catherine Dunne mette in scena il dramma di due donne, due percorsi segnati dalla violenza e dalla sofferenza, due storie che sono destinate ad incrociarsi.

Calista e Pilar sono donne intelligenti e determinate, ma hanno la sfortuna di incontrare la persona sbagliata. La prima, per ribellarsi a una famiglia che le sta stretta, cede all’illusione del principe azzurro: si sposa, affrettatamente, con Alexandrs l’affascinante e ricco sociopatico di turno. La seconda, invece, dopo essersi lasciata alle spalle il paesino natio e il fantasma di una madre che veniva regolarmente abusata dal marito, riesce a risorgere dalle ceneri, a diventare un’imprenditrice, almeno fino al giorno in cui si innamora di un uomo senza scrupoli. Entrambe pagano a caro prezzo i loro errori giovanili, e solo una di loro riuscirà a non farsi sopraffare dallo spirito della vendetta, a ritrovare i frammenti del suo cuore calpestato.

La scrittrice intreccia suggestioni letterarie, arricchisce l’ordito della trama con riferimenti alla mitologia, specialmente alla leggenda di Venere e Adone, e ad eroine del passato. Il fato delle due protagoniste ricorda quello di tante eroine tragiche sedotte e tradite come Arianna, Medea e la stessa Callisto. Alle suggestioni classiche, si alternano richiami alla modernità, a figure come quella di Jacqueline Kennedy, ad avvenimenti realmente accaduti nell’isola di Cipro, cosparsa di papaveri rosso sangue. Echi che si fondono per dare vita a un arazzo elaborato, a un testo che diventa più complesso e angosciante di pagina in pagina, sino a che i fili di Pilar e Calista si intersecano.

La tensione narrativa riguarda soprattutto l’arco di Calista, un crescendo tensione, mentre la spoletta si alterna tra ricordo e presente. Catherine Dunne strappa dai nostri occhi ogni velo, ogni falsa illusione per mettere a nudo un rapporto perverso. Perché bisogna parlare di violenza contro le donne, invece di fingere che il problema non esista. Mostrare il male, brutalmente, serve per metterci in guardia e ricordarci che, come direbbe Ermal Meta, l’amore non colpisce in faccia mai:

Mentre escono dal ristorante, Alexandros la tiene per mano e le mette un braccio intorno alla spalla. Poi si ferma un istante e, guardandola in faccia, le chiude bene lo scialle: “Fa un po’ fresco, mia cara”. Calista se ne ricorderà sempre. Lo ringrazia, gli dice che si è molto divertita e prosegue tenendolo a braccetto.
Entrano nell’ascensore del parcheggio sotterraneo e Calista vede Alexandros premere il pulsante del secondo piano. Poi arriva il pugno.
Cade all’indietro, le spalle urtano dolorosamente la parete d’acciaio inossidabile. Lì per lì non capisce cosa stia succedendo. L’ascensore, pensa confusa; l’ascensore ha qualcosa che non va. (…) Alexandros accosta il viso al suo, così vicino che i pori della sua pelle sembrano enormi. Calista non può concentrarsi su altro: quei pori l’affascinano, le loro dimensioni, la loro oscurità untuosa.

La stessa oscurità che si annida nel cuore dell’uomo, dietro la cui facciata rispettabile si nasconde una belva pronta a scatenarsi, a rivolgere le sue fauci contro Calista, senza preavviso. C’è di peggio: tutti i personaggi in questo romanzo si nascondono dietro una maschera. Da una parte, abbiamo le donne ferite che cercano di nascondere lividi e anime incrinate, dall’altra tutti coloro che celano il volto, che fingono di non vedere cosa sta accadendo, per mantenere le apparenze. Questo è un libro crudele, come La ferocia, ma necessario: un monito, un promemoria da non dimenticare. Ringrazio la blogger Giusymar per aver deciso di parlarne e per avermi permesso di conoscerlo.

Lasciami entrare

lasciami entrare lindqvist copertina

I must be gone and live, or stay and die (Romeo e Giulietta, W. Shakespeare)

Le tenebre sono calate, una fredda, densa e silenziosa oscurità ha avvolto il quartiere. Tutti si sono rifugiati in casa, tutti tranne due bambini. Nel cortile, dietro a un castello di cubi, sotto una luna di sangue, le loro solitudini si incrociano. Peccato che uno di loro sia un vampiro.

Questa scena iconica di Lasciami entrare, il film tratto dall’omonimo romanzo, mi è rimasta impressa nella mente, mentre alte sono svanite, come avvolte dalla nebbia della memoria. La scorsa settimana, ho trovato il libro di John Ajvide Lindqvist e, come spesso accade, quando si passa dalla pellicola all’inchiostro, ho scoperto con piacere che l’originale è più complesso e, se possibile, più deliziosamente inquietante. Questa potrebbe essere l’ennesima storia di vampiri (bevo sangue, dormo in una bara, tu sei un essere umano, non dovremmo stare insieme, ugh la luce del sole…) e, per certi versi, lo è, ma l’autore ha saputo reinterpretare magistralmente i cliché del genere. Lindquist ha costruito attorno al suo “mostro” una realtà alienante, uno scenario “malato”, ossessionante e disturbante:

Qui. Qui. In questo posto di merda. Blackeberg. E tutto il resto. Queste case, queste strade, le piazze, le persone, tutto è soltanto come un’enorme malattia, capisci? C’è qualcosa di sbagliato. Hanno pianificato questo posto e tutto il resto perché fosse perfetto, no? E in qualche maledetto modo tutto è venuto fuori sbagliato. (…). No, no, no. Qui non si può rimanere. È tutto sbagliato, capisci? Ma non sono le angolazioni, c’è qualcos’altro, qualcosa come una malattia che è nei muri, nelle pareti, e io non voglio più restare qui.

Il quartiere di Blackeberg appare come un “posto sbagliato”, abitato da disadattati, da persone che si rifugiano nell’alcol, nella droga, che finiscono col cedere ai loro istinti peggiori. Tra loro c’è anche Oskar, un bambino obeso, vittima dei bulli, che sogna di potersi vendicare, che fantastica di diventare un serial killer. Una sera incontra Eli, una strana ragazza, che sembra sola come lui. Solo col tempo, realizzerà che Eli nasconde molti, pericolosi e tragici, segreti e che è esiste un legame tra di lei e l’assassino che sta seminando terrore nei dintorni. L’incontro segnerà l’inizio di un viaggio nelle tenebre, che lo porterà a confrontarsi sia con i suoi demoni e con forze antiche: starà a lui decidere se vale la pena di rimanere nel quartiere “infetto” o se, per sopravvivere, è necessario arrendersi ad un altro tipo di oscurità e andarsene.

Definire Lasciami entrare come un horror è riduttivo: è sì una storia di “mostri”, con le sue canoniche scene disturbanti e sanguinolente, ma è anche una tragedia. Blackeberg è un luogo senza speranza, una moderna, razionale prigione da cui non sembra esserci via di uscita. Il quartiere appare come una trappola, come una bomba pronta ad esplodere da un momento all’altro: da una parte abbiamo gli adulti che non sembrano riuscire a concludere nulla, che vedono naufragare le loro speranze dentro un bicchiere, dall’altra dei bambini che diventano sempre più irrequieti e violenti. Questa realtà diventa una sorta di specchio della condizione di Eli: il vampirismo è una gabbia, equivale all’essere rinchiusi in un ambiente tossico dove si può solo lasciarsi morire o,se si vuole sopravvivere, attaccare.

La figura del vampiro, nel romanzo di Lindqvist, si lega indissolubilmente alla malattia e all’ossessione. Attorno a Eli, ruotano personaggi perseguitati dal demone della perversione, deviati e reietti come il pedofilo Håkan. La condizione di Eli viene spesso descritta come un morbo, come una sindrome che modifica il corpo, influenzando anche la mente. Il morso del vampiro è un contagio assimilabile a una malattia a trasmissione sessuale. Un’infezione che condanna a un’insostenibile alterità, a una diversità che nel caso di Eli è doppia: non è solo un “mostro”, ma è anche una creatura che travalica la canonica distinzione di genere. Non ha scelto di diventare quello che è, qualcun altro ha operato la trasformazione, ha abusato del suo corpo e del suo spirito, condannandola/o a un’eterna sofferenza:

“Dio. Dio. Perché non posso avere niente? Perché non posso…” Da anni ormai si pone questa domanda. Perché non posso vivere? Perché dovresti essere morto.

Anche se Eli ha vissuto a molto a lungo, la sua mente e il suo corpo sono fermi all’età di dodici anni, la stessa età di Oskar. Entrambi, affrontano sfide più grandi di loro, sembrano condannati in partenza, ma sono ancora affamati di vita. Nonostante tutto, vogliono vivere, ma per farlo sono condannati a perdere la loro innocenza, a lottare con le unghie e con i denti.

Piccola cineteca per appassionati di vampiri alternativi: Only Lovers Left Alive, Byzantium, Lasciami entrare (film).