Il mondo è un teatro

il mondo è un teatro

Il mondo è un teatro. Il sottotitolo chiarisce meglio le intenzioni dell’autore: la vita e l’epoca di William Shakespeare. Viene subito da domandarsi come un simile argomento possa essere racchiuso in poco più di duecento pagine. Bill Bryson ce lo spiega subito, regalandoci una doccia fredda: non sappiamo quasi nulla del Bardo.

È proprio perché abbiamo conservato così tante opere di Shakespeare che possiamo capire quanto poco sappiamo di lui come individuo. Se avessimo soltanto le sue commedie, lo vedremmo come uno spirito allegro. Se disponessimo soltanto dei sonetti, sarebbe un uomo dalle passioni oscure. Da una scelta di altri suoi lavori lo potremmo variamente connotare come raffinato, cerebrale, metafisico, malinconico, machiavellico, nevrotico, frivolo, sentimentale e molto altro ancora.

Bryson si ripropone di presentarci un ritratto il più fedele possibile del drammaturgo e del periodo in cui è vissuto: con ironia, ci mette in guardia consigliandoci di non cadere in tentazione, di non provare a colmare le lacune con le nostre supposizioni, con teorie affascinanti, ma prive di fondamento. Si può solo prestare fede ai fatti, alle poche prove che sono state raccolte, faticosamente, dagli studiosi che hanno cercato di far emergere dall’ombra la figura di Shakespeare. Il libro ci offre un’interessante affresco della Londra di fine ‘500 inizio ‘600, delle abitudini dei suoi abitanti, dei loro innumerevoli problemi, ma ci può dire molto meno sul genio che li affascinò con le sue opere.

Nonostante le scarse notizie certe, emerge comunque l’immagine di un genio, di un coniatore di parole, di un’affascinante padrone della scena:

Nessuno ambientava le scene in modo più brillante e stringato di Shakespeare. Prendete le battute con cui comincia l’Amleto (…) In cinque versi asciutti Shakespeare ci fa capire che è notte e che fa freddo (“disvelati” significa “scosta il tuo mantello”), che i due personaggi sono soldati di guardia e che c’è tensione nell’aria. Con soltanto quindici parole, undici delle quali sono monosillabi, ha catturato profondamente l’attenzione del pubblico.

Il mondo è un teatro è sia un omaggio agli accademici che ci hanno permesso di conoscere quel poco che sappiamo, sia una garbata presa in giro di quelli che hanno inventato ogni possibile teoria sul suo conto, senza preoccuparsi di trovare delle prove con cui suffragarla. L’unico problema è che il lettore, a un certo punto, rischia di essere sommerso da un mare di fatti (neanche fossimo a lezione da Gradgrind). A un certo punto ci perdiamo in elenchi infiniti di termini usati dal Bardo e di congetture: sono utili, ma ci allontanano dal cuore del drammaturgo, dalle sue opere. Per questo, vi consiglio di leggere questo saggio, per chiarirvi le idee su quello che possiamo davvero affermare con sicurezza, ma di non fermarvi qui.

Mi piacerebbe che conosceste Shakespeare anche attraverso le parole di altri autori come Stephen Greenblatt, che ha saputo mettere in luce l’anima dei drammi del Bardo e la loro capacità di mettere a nudo le nostre angosce e passioni. Ma, soprattutto, vorrei che leggeste, liberi da ogni pregiudizio ( o che, ancora meglio, li vedeste a teatro) gli originali: lo spirito di Shakespeare vive ancora e ha qualcosa da dire a ognuno di noi. Poco importa che l’attuale Globe non sia una fedele riproduzione dell’originale.

L’omonimo

l'omonimo jhumpa lahiri

Ho un problema con le aspettative letterarie e con alcune quarte di copertina. Ho sempre sentito parlare bene di Jhumpa Lahiri, del suo stile e dei suoi romanzi. Però, l’Omonimo non è riuscito a colpire nel segno. Le poche frasi sul retro del libro anticipano già quasi tutta la vita del protagonista Gogol, lasciando poco spazio alla sorpresa.

Gogol ha lo stesso nome del tormentato scrittore perché suo padre Ashoke è sopravvissuto a un terribile incidente ferroviario proprio grazie a un romanzo del grande autore russo: i soccorritori lo hanno individuato, in mezzo ai rottami, grazie alle pagine bianche che stringeva in mano. In realtà, Ashoke pensava di usare Gogol solo come soprannome, ma per un tragico scherzo del destino, il nome che doveva essere riservato alle mura domestiche, agli amici più stretti, è diventato il nome “ufficiale” del suo primogenito. Gogol lo odia e, un giorno decide di cambiarlo, ma non può spezzare il legame con le sue origini e con il suo passato. Solo dopo molti anni, riuscirà a riappacificarsi non solo con quel nome ingombrante, ma anche con le sue radici indiane.

Jhumpa Lahiri racconta la storia di una famiglia di immigrati bengalesi, che, appena sposati e non ancora innamorati, si ritrovano in America. Ashoke e Ashima Ganguli rimangono sempre legati alle loro tradizioni, a una cerchia di amici indiani, pur integrandosi con i loro concittadini americani. Invece, i loro figli “born in the U.S.A.” si sentono statunitensi e cercano di rivendicare una maggiore libertà. La scrittrice mette perfettamente a fuoco il punto di vista di due generazioni diverse, intrecciando la nostalgia e lo spaesamento dei genitori con il desiderio di ribellione di Gogol e sua sorella. Mentre la secondogenita sembra trovare un equilibrio, gli altri Ganguli sembrano segnati da un’insita malinconia. Ashoke è un uomo poco espansivo, che sembra incapace di comunicare agli altri sia le sue ferite interiori sia il suo affetto: i suoi sentimenti affiorano da piccoli gesti, da minimi accenni. Invece, Ashima sembra destinata ad essere sempre divisa tra America e India. La donna, nonostante la sua forza interiore, è destinata alla solitudine ad avvertire sempre la mancanza di qualcuno nella sua vita. Allo stesso modo, Gogol sembra costretto ad essere sempre inquieto, incompleto, almeno sinché non si deciderà a leggere i racconti del suo omonimo.

Il mio problema è che Gogol, lo scrittore, rimane nell’ombra per la maggior parte del romanzo: credevo che la sua vita si sarebbe intrecciata con quella del suo omonimo, invece non è successo. Il giovane Ganguli (perdonatemi) è piuttosto insipido come personaggio. Non sono riuscita ad affezionarmi, ad essere partecipe delle sue gioie e dei suoi dolori. Forse, mi aspettavo che, con un nome del genere, la sua vita fosse molto più avvincente e spettacolare. Alla fine della lettura, rimane impressa nella mente, non tanto l’immagine del protagonista, quanto quella dei suoi familiari e il susseguirsi di lutti e gioie che li hanno segnati. Più del singolo Gogol, conta la storia della sua famiglia delle sfide che l’immigrazione pone al singolo individuo e alla sua identità. 

I versi satanici

i versi satanici rushdie

Due uomini precipitano giù dal cielo. Uno diventerà un angelo, l’ altro un diavolo. Sembrano destinati ad incarnare l’eterna lotta tra il bene e il male. Ma niente è come appare, specialmente quando si scopre che a narrare la loro storia è qualcuno che si intende sin troppo bene di cadute dalle più alte e celesti sfere. Questa è la premessa dei Versi satanici di Salman Rushdie, un romanzo complesso e pericoloso.

L’autore offre allo sguardo del lettore due coprotagonisti complessi e contraddittori, due attori, due facce della stessa medaglia:

Dovremmo anche dire che questi sono due tipi di personalità sostanzialmente differenti? Non possiamo convenire che Gibreel, nonostante il suo nome d’arte e le sue interpretazioni, e malgrado i suoi slogan sulla rinascita, il ricominciare da capo, le metamorfosi – ha voluto restare, in buona parte continuo – cioè unito al passato e da esso derivante- che non ha scelto né la malattia quasi mortale né la caduta trasformante; che di fatto teme soprattutto gli stati d’alterazione in cui i sogni si infiltrano, fino a travolgerlo, nel suo io cosciente, facendo di lui quell’angelico Gibreel che non ha nessuna voglia di essere; – e quindi è ancora una creatura che, per quello che ora ci interessa, possiamo definire “vera” …mentre Saladin Chamcha è una creatura di discontinuità scelte, una reinvenzione volontaria; e la sua rivolta intenzionale contro la storia lo rende quindi, nel linguaggio per cui abbiamo optato “falso”? E non possiamo neanche dire che è questa falsità dell’io a rendere possibile in Chamcha una falsità più grave e più profonda- che chiamiamo “male” – e che è questa la verità, la porta aperta in lui della sua caduta?- Mentre Gibreel, seguendo la logica della terminologia che abbiamo stabilito, è da considerare “buono” perché vuol rimanere, nonostante tutte le sue vicissitudini, un uomo fondamentalmente non modificato?

Gibreel e Chamcha hanno una visione completamente opposta dell’Occidente e di Londra, la città in cui trovano rifugio dopo la loro “caduta”. Il primo è un divo di Bollywood che ha recitato in svariati film di ispirazione religiosa ed è fiero delle sue origini, della sua fama. Invece, Saladin, l’attore camaleontico dalle mille e una voce, ha sempre desiderato cancellare il suo passato, per diventare un vero e proprio cittadino inglese. Chamcha ha sempre provato risentimento verso suo padre e verso i suoi connazionali: ha cercato di trasformarsi in qualcos’altro, di rinnegare sé stesso. Il bene, incarnato dall’arcangelo Gibreel e il male, rappresentato dal diavolo Saladin, a questo punto dovrebbero scontrarsi per contendersi il dominio su Londra. Invece, no: il “demonio” intraprenderà un percorso che lo porterà a riappacificarsi con suo padre, mentre l’entità angelica sperimenterà una serie di sorprendenti visioni. Il risultato finale della loro sorprendente trasformazione non sarà affatto scontato.

Il libro di Rushie è stato condannato, costringendo il suo autore alla clandestinità, perché durante le esperienze oniriche di Gibreel, si narra la storia del profeta Maometto (Mahound nel romanzo), citando un episodio in cui il Profeta aveva sostenuto che Allah non era l’unica divinità. In effetti, tutti i profeti incontrati dall’arcangelo, che dovrebbe ispirarli e guidarli, ma che in realtà non è altro che una marionetta al servizio di una più potente e inquietante entità, sono rappresentati come figure ambigue e pronte a compromessi. La pericolosità del romanzo sta proprio nell’obbligarci a riflettere, a mettere in dubbio la santità, non solo di Maometto, ma di chiunque sostenga di conoscere il volere divino. Rushie sembrava aver già presagito quanto le sue parole fossero incendiarie: nella sua rivisitazione della storia del Profeta, uno dei maggiori oppositori di Maometto è proprio un poeta. La parola è sempre disturbante nel romanzo: i versi satanici del titolo non sono altro che rime insinuanti con cui il diavolo Chamcha cerca di tentare di Gibreel, di farlo cadere dal suo già precario piedistallo.

I confini tra realtà e finzione diventano sempre più sfumati, mentre si prosegue la lettura. Gibreel e Saladin potrebbero essere solo due mitomani, intrappolati in ruoli imposti dalla follia. L’unica a restare reale e spaventosamente attuale è Londra, la città infernale. Rushie la descrive come una metropoli dove l’integrazione tra diverse culture è tutt’altro che riuscita. L’autore obbliga il lettore a riflettere sui problemi legati all’immigrazione e su come gli stranieri vengono visti dagli occidentali. La folla della città indossa aureole o corna di diavolo, come simboli politici, come emblemi di un malessere che deriva da una imperfetta coabitazione. Chamcha, dopo la sua mostruosa metamorfosi, sembra diventare un simbolo del diverso che appare come bizzarro e inquietante.

I versi satanici non sono un libro semplice, richiedono tempo e concentrazione. In certi punti si può avere l’impressione di “stare spingendo una bicicletta su per una salita”, mentre si legge. Vi consiglio di affrontarli con calma e con dedizione e vi lascio all’interessante articolo  “Identità” e “verità” in frantumi in The Satanic Verses di Salman Rushdie di Lucia M.R.D Calello che vi aiuterà a comprendere più a fondo questo complesso romanzo.

Mad Love vs Mad Love 2.0

San Valentino a fumetti. Oggi, insieme a Batman Crime Solver, un blog che vi consiglio di seguire ;),  vi porto alla scoperta dell’ossessione di Harley Quinn per il Joker con Mad Love vs Mad Love 2.0

Batman Crime Solver

Una folle congiuntura, tra l’avvento di San Valentino, l’attesa per l’articolo di Batman Crime Solver dedicato al ciclo Terra di nessuno e la scoperta di un’eccezionale fanart d’autore, mi ha portata a parlarvi diMad Love e di Mad Love 2.0. Mi piacerebbe mostrarvi come due autori hanno raccontato la stessa storia, quella del folle amore di Harley Quinn per il Joker, da punti di vista diversi e affascinanti.

Iniziamo dal principio. Harley Quinn, la folle mascherina ossessionata dal Joker, ha fatto la sua comparsa nel mondo fumettistico del Cavaliere Oscuro, proprio mentre Gotham era sconvolta dal terremoto (Harley Quinn, Batman #566-567, Batman la leggenda vol. 13), contribuendo così ad aumentare le preoccupazioni del nostro eroe preferito. Il fumettista Paul Dini l’aveva creata per la serie animata e  ne ha raccontato il “matto” esordio in Mad Love, da cui, nel 2008, è stato tratto un

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La donna in gabbia

la donna in gabbia copertina

Ancora tu, ma non dovevamo vederci più? La donna in gabbia è l’ennesimo giallo dall’ambientazione nordica sul mio comodino. Nonostante avessi appena finito di leggere I poeti morti non scrivono gialli, un romanzo che fa il verso ai tanti, forse troppi, best sellers polizieschi.

Il cuore pulsante della serie di libri di Jussi Adler-Olsen è un dipartimento della polizia danese, la sezione Q chi occupa di casi irrisolti. A guidarla è Carl Mørk, l’ennesimo poliziotto che ne ha viste troppe e che preferirebbe fissare il vuoto, cercando di venire a patti con il suo PTSD, piuttosto che avere a che fare con un misterioso assistente e con una pila di vecchi faldoni. In mezzo ai quei documenti, si nasconde un dossier che finisce col catturare la sua attenzione: cinque anni prima, Merete Lynggaard, una giovane parlamentare, è scomparsa nel nulla. È lei la donna in gabbia: Mørk non lo sa, ma ha poco tempo per trovarla, prima che chi l’ha rapita porti a termine il suo folle e sadico disegno.

Mentre sfogliavo questo romanzo, ho provato sensazioni contrastanti: alcuni elementi mi hanno intrigata, altri molto meno. Alla fine, ho deciso di prendere esempio da alcuni blogger americani che sono soliti elencare gli aspetti positivi e quelli negativi delle loro letture. (Attenzione: ci sono alcuni piccoli, inevitabili, spoiler)

Pollice in su:

  • Carl Mørk the keeper of lost causes: un personaggio che assume, pur controvoglia, il ruolo di protettore dei deboli e dei dimenticati dalla società. Supporta una ex-moglie con fallimentari aspirazioni artistiche, condivide l’appartamento con un angelo del focolare appassionato di play mobil ed è l’unico a credere che Uffe, il fratello disabile di Merete, possa essere di aiuto durante le indagini.
  • Carl Mørk che, realisticamente, non si è ancora ripreso dagli affetti della sparatoria in cui un membro della sua precedente squadra è rimasto ucciso e un altro paralizzato. Non è un detective d’acciaio, capace di incassare qualsiasi colpo, ma un uomo che deve venire a patti con il senso di colpa del sopravvissuto.
  • Ancora il nostro protagonista, che per sopravvivere alla giornata ricorre al sarcasmo e cerca di affrontare l’ennesima sorpresa del giorno.
  • Assad l’assistente tuttofare che nasconde, dietro improbabili guanti di gomma e scopettoni, una mente acuta e un coltello con cui difendersi dai malintenzionati.
  • Le ultime pagine del giallo. No, non sto piangendo mi è entrato qualcosa nell’occhio.

Pollice verso:

  • I paragrafi dedicati alla terribile prigionia di Merete sembrano una brutta copia dei libri di Stephen King. Il confronto con il re dell’orrore è inevitabile, quando si cerca di descrivere situazioni estenuanti dal punto di vista fisico e psicologico, di fissare su carta il terrore, e Adler ne esce sconfitto.
  • Assad, pur essendo carismatico, mi ricorda troppo Gamberone di Il mio nome è Earl: vuoi vedere che anche lui è un agente sotto copertura?
  • Il trio inesistente: nella quarta di copertina si parla di una collaborazione tra un detective disilluso (Carl), un assistente misterioso (Assad) e un poliziotto paralizzato (il collega ferito durante la sparatoria). Peccato che non accada niente del genere, almeno in questo volume della serie: il novello Lincoln Ryhme resta praticamente fuori dai giochi. Forse, accadrà in seguito.
  • Il senso di Mørk per il pericolo: inesistente. A quanto pare chiunque, anche un bambino di cinque anni, potrebbe sorprenderlo alle spalle. Sa che qualcuno è in agguato nelle vicinanze, ma non si preoccupa minimamente di controllare a fondo la stanza. Così aumenta la suspense, forse.
  • L’oggetto erotico del desiderio: no, Carl, non puoi parlare così di una collega. Santo cielo, smettila di fissarla e sbavare.

 

Una lettura tra alti e bassi: momenti di pura evasione letteraria si alternano a sospiri irritati. Voi che ne pensate? Conoscete la sezione Q?

La bellezza e l’inferno

la bellezza e l'inferno

La miglior letteratura disturba. I libri sono fatti per scuotere le coscienze, per mettere a disagio il lettore, obbligarlo a riflettere. Sono parole che sono rimaste incise a fuoco nella mia memoria, tra le tante pronunciate nelle aule d’università. Un monito e allo stesso tempo una promessa: l’inchiostro e la carta sono dotati di un potere disturbante. Un incanto pericoloso, che dà fastidio, che impedisce di rimanere indifferenti e che è l’essenza stessa de La bellezza e l’inferno di Roberto Saviano.

Questo libro raccoglie una serie di scritti (anni 2004-2009) dove si ritrovano i temi che stanno a cuore a questo autore: il male e gli uomini che cercano di ostacolarlo; il dilagare della mafia e dell’oro bianco in polvere; la forza di è capace di superare i propri limiti; la letteratura come resistenza e opposizione. Argomenti che hanno trovato più ampio respiro in ZeroZeroZero e ne La paranza dei bambini. Vicende che hanno trovato la lor naturale continuazione anche in Imagine 2016: nuove scosse, una criminalità che continua ad evolversi e, per fortuna, anche nuovi grandi uomini e donne a cui guardare. La bellezza e l’inferno risuona di echi profetici che sembravano già preannunciare l’avvento della post verità, di un’era in cui un surplus d’informazione impedisce di distinguere tra fonti autentiche e non. L’infinita lotta tra bellezza e inferno continua:

Il titolo di questo libro vuole dire una cosa semplice. Vuole ricordare che da un lato esistono la libertà e la bellezza necessarie per chi scrive e per chi vive, dall’altro esiste il loro contrario, la loro negazione: l’inferno che sembra continuamente prevalere. (…) “Ma l’inferno ha un tempo solo, la vita un giorno ricomincia. È quello che credo, spero, voglio e desidero anch’io.

Ma Saviano scrive bene? Mi hanno chiesto una volta, lasciandomi momentaneamente spiazzata. La risposta è sì: ha un talento unico, una voce capace di trascinarti nelle vicende che sta narrando, di farti emozionare, una scrittura limpida. Dietro ogni parola si può scorgere l’uomo che soffre, l’autore troppo spesso calunniato, ma che non si piega, che continua a usare la sua scrittura per mettere a nudo la verità. Uno scrittore che disturba perché parla di quello che vorremmo dimenticare, di una linea della palma che ormai è diventata una coltre di polvere bianca che soffoca il mondo intero, di problemi che ci piacerebbe lasciare fuori dalla porta di casa. Saviano mi fa sentire a disagio, mi impedisce di affidarmi a troppi semplici giudizi e mi rende difficile guardarmi allo specchio.

La Bellezza e l’inferno dà fastidio perché entra nelle ferite, scava in un’umanità dolente. Però, è meglio lasciare aperta una piaga o aprirla per cercare di tirare fuori il marciume di risanarla?

Io resto spesso ferito anche dall’accusa di diffamare la mia terra, perché racconto queste sue contraddizioni. Sono invece fortemente convinto che raccontare significa resistere, raccontare significa fare onore alla parte sana del mio Paese, significa dare possibilità e speranza di soluzione. E che non è mai responsabilità di chi racconta, ciò che racconta. Non sono io ad aver generato le contraddizioni che racconto.

Voglio credere che i libri possano ancora cambiare il mondo, che siano in grado di entrare nelle coscienze come una spina, per darci fastidio per impedirci di chiudere gli occhi davanti alla realtà. Possano queste parole servire.

I poeti morti non scrivono gialli

i poeti morti non scrivono gialli

Una specie di giallo. Un titolo simile cattura subito l’attenzione del lettore e lo lascia spiazzato. Le uniche certezze sono il nome dell’autore, Björn Larsson, e l’illustrazione di copertina: un porto avvolto in una luce che suggerisce subito atmosfere boreali. Vengono subito in mente due parole, che ormai sembrano indissolubilmente legate, giallo e Svezia.

Questo romanzo parte proprio dal nostro immaginario, dai bestseller nordici con protagonisti detective più o meno problematici, per poi obbligarci a riflettere sui cliché della detective story made in Svezia. Larsson costruisce un intreccio dove la meta-narrazione diventa centrale: un giallo in cui la vittima è un poeta e il commissario un aspirante bardo. Una storia che ruota intorno ai meccanismi dell’editoria, che si interroga sul successo dei polizieschi e sui lettori.

Il poeta Jan Y. ha dedicato la sua intera esistenza ai versi, senza mai scendere a compromessi. Sino al giorno in cui ha deciso di scrivere un poliziesco: un’accusa verso uomini d’affari privi di scrupoli. Peccato che il libro sia destinato a rimanere incompiuto: Jan viene ritrovato impiccato sulla sua barca. Si pensa che si tratti di un suicidio, ma l’investigatore Bark, un aspirante poeta, scopre dei particolari inquietanti che riaprono il caso. Bark, lontano dal modello classico del detective alcolizzato e sfortunato in amore, decide di sfruttare la sua passione letteraria per risolvere il mistero. Inizia così un’indagine dove letteratura e finzione si confondono sempre di più: Bark si rispecchia nel detective del giallo  di Jan Y. e crede di poter scoprire la verità seguendone le orme.

I poeti morti non scrivono gialli è costellato di citazioni che strappano un sorriso (basta pensare a Uomini che odiano i ricchi, titolo del thriller di Jan Y.) o che spingono il lettore a interrogarsi sulla dignità dei diversi generi letterari. Larsson, attraverso i versi e i ricordi di Jan Y., mette in luce la bellezza e il potere, spesso sottovalutato, della poesia. Ci spinge a chiederci perché gli scaffali delle librerie siano stracolmi di gialli ma non di liriche. L’arte del poeta, che cerca di catturare la verità con i suoi versi, sembra inefficace, troppo poco immediata:

Diceva spesso che la poesia era una necessità vitale, ma si lamentava che agiva lentamente e su un numero troppo ristretto di persone.

Attribuendo gli splendidi versi del poeta Yvon Le Men a Jan Y.,   e inserendoli in un contesto particolare come quello di un giallo (o di una specie di giallo), Larsson ci invita a riscoprirne la forza e la magia. Ma non si limita solo a questo, si interroga anche sulla pericolosità dei libri, sul potere sovversivo delle parole. Bark ritiene, non a torto, che il romanzo incompiuto del poeta ne abbia causato la morte e intrattiene una corrispondenza con un esperto di letteratura. Così, all’indagine si alternano riflessioni sulla letteratura. Un mondo di carta e inchiostro si interroga su sé stesso, sulle sue regole e ragioni di vita.

Il lettore, che conosce già i meccanismi classici della detective story, intuisce presto la vera identità del colpevole e chi sarà la sua prossima vittima, ma non se ne cura. Perché? Perché questo è “una specie di giallo”: siamo qui non tanto per seguire le indagini, quanto per interrogarci sulla letteratura, sui meccanismi che spingono a prediligere un genere piuttosto che un altro. Larsson, pur essendo consapevole delle attrattive del giallo Svezia, ci invita a non fidarci solo dei bestseller.

Quanto a me, devo confessare di essere la prima ad amare i detective tormentati e di leggere fin troppi gialli. Però, questa volta, ho deciso di uscire fuori dai soliti schemi e di affidarmi alle sottolineature di chi ha posseduto I poeti morti non scrivono gialli: qualcuno che probabilmente ama la poesia e che ha evidenziato ogni passaggio in cui emergeva l’arte del poeta, il suo duro lavoro.