Gli inganni di Locke Lamora

Che settimana orrenda, una di quelle in cui niente va come previsto e che ti lascia l’amaro in bocca. Dopo delle giornate del genere mi viene solo voglia di aprire un buon libro e di scrivere di Locke Lamora: uno dei miei eroi imperfetti, sempre ammesso che un ladro possa essere considerato un eroe, preferiti.

“Cosa diavolo ci fai tu qui e perché non ti ho mai visto prima d’ora?” mi sono chiesta, quando ho trovato “Gli inganni di Locke Lamora”, di Scott Lynch, il primo libro della serie dei Bastardi Galantuomini, su uno scaffale di una libreria piena di remainders. Non capivo come mai un libro così promettente fosse finito in compagnia di scarti invenduti né perché non lo avessi mai visto in nessun negozio. Eppure aveva tutti i presupposti per essere un bestseller, a cominciare da una raccomandazione scritta da George “uccido tutti i miei personaggi e l’inverno sta arrivando” Martin. La quarta, poi mi ha subito conquistata:

La regola pratica di Locke Lamora era questa: per una buona truffa occorrevano tre mesi di programmazione, tre settimane di prove e tre secondi per conquistare o perdere per sempre la fiducia della vittima. In quell’occasione, aveva programmato di trascorrere quei tre secondi facendosi strangolare…”

La copertina rimandava alle atmosfere della magica Venezia e mi ricordava un romanzo che avevo amato da ragazza “Il re dei ladri” di Cornelia Funke. Inoltre, avevo visto da poco “Thor” e cominciato a leggere le avventure di Kid Loki: una saga in cui Loki, ritornato bambino, cerca di redimersi agli occhi degli asgardiani, continuando a escogitare inganni e usando la sua lingua d’argento come un’arma. Avevo proprio voglia di seguire le vicende di un altro personaggio altrettanto abile nel raccontare storie.

Locke prometteva di essere un perfetto eroe imperfetto, se mi concedete il gioco di parole:

Dicono che Locke Lamora non abbia rivali nei duelli. Dicono che sia alto, prestante e fascinoso. Dicono che la sua missione sia rubare ai ricchi per dare ai poveri. Si sbagliano. Basso di statura, deboluccio e un po’ imbranato con la spada, Locke ha un unico punto di forza: nessuno lo può battere quanto a astuzia e abilità truffaldina.”

Le mia alte aspettative non sono state tradite: sono stata catapultata a Camorr, una sorta di Venezia fantasy e alchemica, mentre seguivo gli elaboratissimi schemi di Locke e dei suoi amici, i Bastardi Galantuomini.

Ecco alcuni motivi per innamorarsi dell’opera di Lynch:

1)L’ambientazione è perfetta, curata in ogni dettaglio: l’autore si è preoccupato di ricreare un mondo d’inchiostro con le sue consuetudini e leggende, senza lasciare nulla al caso.

  1. I personaggi, specialmente il protagonista, sono sfaccettati e complicati, non si rischia mai di imbattersi in delle macchiette stereotipate o prive di personalità.
  2. Lynch sa dare vita a trame complesse e non ha paura di sperimentare con la penna: ne “Gli inganni” gioca ad alternare alle vicende dei Bastardi Galantuomini dei capitoletti dedicati a Camorr, che contengono delle anticipazioni su quanto sta per accadere alla banda di ladri.
  3. Non mancano dei tributi al Bardo e alla sua scoppiettante vena linguistica: se Lynch potesse sfidare Shakespeare in una gara per la creazione del migliore insulto letterario non so chi vincerebbe.

Il punto focale della narrazione è Locke, sempre pronto a mettersi in gioco e nei guai, pur di dimostrare di essere il più abile ladro di Camorr. Però, come ogni eroe imperfetto, anche lui ha dei lati oscuri: non sa badare a sé stesso e quando il gioco finisce, come Sherlock, sprofonda nella depressione. Per fortuna, Lamora può contare sul suo Watson personale: Jean Tannen, la sua personale guardia del corpo e voce del buonsenso. Jean è un omone e, a differenza di Locke, sa come usare un’arma, ma sarebbe sbagliato considerarlo come il semplice braccio armato del protagonista: Tannen ama leggere e non ha nulla da invidiare al suo amico in quanto a cervello. Oltre a Jean, un’altra presenza importante nella vita di Locke è Sabetha: un’abilissima e affascinante ladra, una sorta di Irene Adler che comparirà nei libri successivi della serie e darà del filo da torcere a Lamora.

Finora ho descritto Locke come un abile truffatore, ma se i suoi piani riuscissero sempre non sarebbe un eroe imperfetto né il protagonista di un romanzo: se le cose non si mettessero male e la tensione non salisse nessuno andrebbe oltre le prime venti pagine di un libro, ammettiamolo. I piani di Locke si complicano sempre e mettono a repentaglio la sua vita e quella dei suoi compagni. Lynch ha creato una galleria di avversari formidabili per il suo protagonista, tra cui spicca il Falconiere: un mago più simile a un personaggio di Assassin’s Creed che a quelli descritti dalla Rowling. Ogni volta che Locke escogita uno stratagemma, si ritrova intrappolato nella rete di interessi più grandi di lui e di loschi figuri che vogliono manipolarlo per raggiungere i loro scopi. Però, Lamora non si arrende mai, anche perché Jean è sempre pronto a tirargli un calcio nel sedere, quando si fa prendere dall’autocommiserazione… cielo, posso avere anche io un amico come lui? Comunque, anche se Locke, in una parodia dei libri di Lynch, in cui a ogni personaggio è stato assegnato un motto come quelli del “Trono di spade”, ha come slogan l’espressione “fuck, i’ve fucked up” riesce sempre a tirarsi fuori dai guai, pur pagando un prezzo elevato.

Veniamo alle note dolenti. Perché i libri di Scott Lynch non hanno avuto il successo che meritano in Italia e ho dovuto ordinare dall’Inghilterra il terzo volume della saga? Forse perché “Gli inganni” è uscito prima del successo mediato del “Trono di spade” e della Loki-mania generata da Tom Hiddleston, che ha portato milioni di fans a preferire una lingua d’argento ai bicipiti di Thor. Vi consiglio comunque di leggere i libri di Lynch e di avventurarvi nella lettura in lingua originale.

Saluti dall’ultimo banco,

Benny

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