La valle dell’Eden

Esistono storie così potenti da rimanere impresse a fuoco nel nostro immaginario, miti che fondano la nostra civiltà e si ripresentano ciclicamente nelle pagine dei romanzi. I personaggi possono avere nomi leggermente diversi, cambiare abiti e vivere in luoghi differenti, ma il nucleo di fondo rimane lo stesso.

In La valle dell’Eden Steinbeck narra il dramma di Caino e Abele, ritornando alla sua fonte, la Bibbia, per interrogarsi sul peccato e sul destino dell’uomo. Nella valle di Salinas, il suo giardino dell’Eden, si ritrovano due pensatori: il servitore cinese Li e il sognatore Samuel Hamilton. I due uomini si incontrano, quando il padrone di Li, Adam Trask decide di trasferirsi a Salinas insieme a sua moglie Cathy. Subito dopo aver dato alla luce due gemelli, la donna, una sorta di incarnazione totalmente negativa di Eva, una donna vampiro, sensuale e incapace di amare, scappa di casa abbandonando il marito e i figli. Adam sprofonda in una specie di trance e non si preoccupa nemmeno di dare un nome ai neonati, sinché Samuel e Li lo affrontano. I tre uomini si riuniscono nel prato della proprietà di Trask e cercano di prendere spunto dalla Bibbia per battezzare i gemelli.

Adam, Li e Samuel sono attratti dalla storia di Caino e Abele: il primo perché ha vissuto un rapporto conflittuale con il suo fratellastro, i secondi perché sentono il bisogno di riflettere su quel mito. Hamilton suggerisce che sia meglio prendere ispirazione da un altro episodio della Bibbia, per trovare dei nomi adatti ai gemelli, ma, fatalmente la sua scelta ricade sui personaggi di Caleb e Aron, che hanno in sé un’eco sinistra. Infatti, il destino sembra congiurare contro i figli di Trask: Caleb non si sente accettato, avverte in sé il seme della malvagità e dell’invidia, mentre Aron non riesce a reagire alle sfide che la vita gli impone.

Sin qui avrete avuto l’impressione di stare ascoltando, una semplice rielaborazione della storia di Caino e Abele, e che niente, a parte l’ambientazione, sia cambiato. La grandezza di Steinbeck sta nella sua volontà di voler scavare più a fondo, interrogandosi sul destino di Caino e suscitando degli interrogativi nella mente del lettore. Lo scrittore riflette sul senso di alienazione provato da Caleb, sul suo desiderio di essere amato, estendendo i suoi drammi esistenziali a tutti gli uomini: siamo tutti peccatori e tutti cerchiamo affetto. Come è stato sottolineato da Hamilton, la razza umana non discende dal puro Abele, che è morto prima di sposarsi, ma dal peccatore Caino. Allora è necessario interrogarsi sul crimine commesso dal fratello malvagio e sulla sua ineluttabilità. La soluzione, la rivelazione che scuote la coscienza del lettore, viene dal saggio Li e può essere riassunta in una sola parola: timshel. Dopo aver analizzato il testo originale della Bibbia, con l’aiuto di degli anziani maestri, il servitore capisce che Dio ha lasciato a Caino la possibilità di scegliere di essere un uomo migliore e di dominare il suo peccato: timshel significa tu puoi.

Steinbeck dimostra che è possibile combattere i nostri istinti più bassi, ma non vuole illudere i suoi lettori: la lotta è difficile e sembra che ogni generazione debba “essere messa di nuovo nel fuoco”, affrontare indicibili sofferenze, per potersi purificare. La Valle dell’Eden, presenta una galleria di personaggi sempre alle prese con questa battaglia e con le loro debolezze. Persino Cathy, che sembra essere un vero e proprio “mostro” è cosciente di questa guerra interiore, anche se è priva della luce necessaria per comprendere il significato del “tu puoi”.

Steinbeck lascia impressa nella mente dei suoi lettori la parola fatale, che non ammette scusanti: non è più possibile crogiolarsi nell’autocommiserazione, ma è necessario trovare in sé stessi, la forza per andare avanti. Lo scrittore canta una nuova sorta di mito americano in cui non è più la terra, la valle dell’Eden, a essere simbolo di possibilità e speranza, ma lo è l’uomo che, a differenza d Aron, accetta la sua eredità di peccatore e abbraccia le sue contraddizioni.

Saluti dall’ultimo banco, Benny

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