L’uomo che ride

Non avrei mai pensato di leggere un romanzo di Victor Hugo “per colpa” di Batman, invece è successo. Nel quarto numero della collana il Cavaliere oscuro, c’è un’introduzione di Alessandro di Nocera, dedicata al Joker. Nell’articolo viene spiegato che le fattezze dell’arci-nemico di Batman sono state modellate su quelle dell’attore Conrad Veidt, nell’adattamento cinematografico dell’Uomo che ride. Veidt interpretava Gwynplaine, un giovane circense dal volto sfigurato, condannato a avere stampato sul viso un eterno ghigno sorridente. Però, Joker e Gwynplaine non potrebbero essere più diversi: l’uno è l’incarnazione della follia e del male, mentre il secondo è disgustato da ogni forma di ingiustizia.

Il romanzo di Hugo è ambientato nell’Inghilterra del Settecento ed è permeato da una forte carica di critica sociale nei confronti di un sistema politico che condanna buona parte della popolazione a vivere nella miseria. L’autore dipinge un mondo cupo, dove per ottenere il potere si è pronti a sacrificare chiunque, anche un bambino innocente. L’unica luce, viene da personaggi come Gwynplaine e Ursus, due artisti girovaghi, che, nel loro piccolo, cercano di aiutare il prossimo e di rischiarare le tenebre che li circondano. Ma questa debole fiammella rischia di essere soffocata da un momento all’altro.

Non voglio svelarvi troppi dettagli della trama. Vi basti sapere che Gwynplaine, dopo essere stato abbandonato, viene adottato, insieme a una bambina cieca, Dea, dal vagabondo Ursus. I tre viaggiano di fiera in fiera, mettendo in scena uno spettacolo itinerante, che cattura, in ugual misura, il cuore di poveri e nobili. Il successo però è ottenuto a caro prezzo: Gwynplaine sa che il pubblico ride di lui, del suo eterno sorriso e, nonostante l’amore di Ursus e Dea, si sente un escluso. Inoltre, la sua sete di giustizia e il desiderio di denunciare le sopraffazioni dei nobili rischiano di metterlo nei guai con la giustizia. Il suo destino cambierà, quando scoprirà le sue origini e dovrà decidere qual è la sua vera famiglia, a chi spetta la sua lealtà.

L’Uomo che ride mi ha conquistata sin dalle prime pagine. Il primo personaggio che si è imposto alla mia attenzione è Ursus. Perché? Perché ha un atteggiamento scontroso e cinico, alla dottor House, è sarcastico ed è un lupo solitario: prima dell’arrivo di Gwynplaine il suo unico compagno di viaggio è un lupo, non scherzo. Peccato che questo atteggiamento da duro e puro, da filosofo misogino sia solo una facciata:

Non sorrideva, lo abbiamo già detto, in compenso rideva, a volte, anzi spesso di un riso amaro. C’è del consenso nel sorriso, mentre ridere è spesso un rifiuto. La sua attività principale era odiare il genere umano. […]avendo rilevato una certa quantità di castigo nel solo fatto di esistere, avendo riconosciuto che la morte è una liberazione, quando gli portavano davanti un ammalato, lui lo guariva.

E questa è solo la punta dell’iceberg, se deciderete di leggere il romanzo, vi prometto che Ursus vi commuoverà e che ammirerete la tenacia con cui cerca di proteggere i suoi figli adottivi e di affrontare un mondo crudele.

Ridere è spesso un rifiuto. Questa è forse la chiave di lettura adatta per interpretare Gwynplaine. Il suo riso, infatti è una costante denuncia: un’accusa rivolta agli uomini che lo hanno sfigurato e a quelli che continuano a calpestare i diritti dei più deboli. Il personaggio passa dal mostrare il suo viso alle folle, per divertirle e guadagnare all’esibirlo come una prova della crudeltà del suo secolo. La sua forza sta nella sua grandezza d’animo, ma questa è anche il suo limite: è sin troppo idealista e testardo. Mentre Ursus ha deciso di far brillare la sua luce in modo discreto, nascondendo i suoi atti di gentilezza, sotto una maschera di sarcasmo e mantenendo un atteggiamento prudente, Gwynplaine deve bruciare come una cometa.

Oltre al romanzo, vi consiglio di vedere anche l’adattamento cinematografico con Conrad Veidt. La grandezza di Veidt sta nel riuscire a esprimere tutte le emozioni attraverso gli occhi, visto che la sua bocca deve essere atteggiata a un eterno sorriso. Il finale, per chi ha letto il romanzo, è una vera sorpresa, ma non vi dispiacerà questa versione alternativa.

Se, invece, preferite una versione più moderna, c’è un nuovo adattamento di Jean Pierre Ameris. Secondo me è una festa per gli occhi, con scenografie spettacolari, ma è ancora meno fedele all’originale e l’attore che interpreta Gwynplaine è bello come il sole.

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