Trilogia di New York

New York diventa una città surreale dove si intrecciano destini di personaggi che sembrano aver smarrito la loro identità. Succede in Trilogia di New York di Paul Auster, una raccolta di tre racconti accomunati dallo sfondo della Grande Mela:

New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine; e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé.

Una città di specchi in cui si muovono uomini inquieti, che potrebbero essere l’uno il riflesso dell’altro e che si smarriscono, tra fiumi di inchiostro e ossessioni. I loro nomi si ripetono nei tre racconti, ma senza che il lettore sia certo che si stia parlando della stessa persona: come il vecchio Stillman, in Città di vetro, non siamo capaci di riconoscere chi ci presenta davanti di volta in volta.

Paul Auster intrappola il lettore in un gioco meta-letterario dove nulla è sicuro: le parole e i nomi si frantumano, mentre ci chiediamo chi stia tirando i fili della trama. Lo scrittore ci fornisce dei suggerimenti per comprender la Città di vetro, la sua opera: ci invita a pensare a Don Chisciotte, il romanzo di cui Cervantes finge di non essere l’autore e in cui il protagonista vive di illusioni e chimere. Entrare nella Trilogia equivale a entrare nella buca del coniglio, a visitare il paese di Wonderland, in cui si ci interroga sul significato della parola:

Quando uso una parola», Humpty Dumpty disse in tono piuttosto sdegnato, «essa significa esattamente quello che voglio – né di più né di meno.»
«La domanda è», rispose Alice, «se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi.»
«La domanda è,» replicò Humpty Dumpty, «chi è che comanda – tutto qui.»

Nella città di vetro si incontrano personaggi segnati da nevrosi, come quelli dei racconti del terrore di Edgar Allan Poe, incapaci di sfuggire al destino che qualcuno (o forse loro stessi) ha già scritto.

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