La lettera scarlatta

La lettera scarlatta ha continuato a brillare, nascosta in uno dei miei cassetti, per cinque lunghi anni. Tutto per colpa della sua introduzione: mi ero scoraggiata, pensando di dover rimanere bloccata alla dogana di Salem, per trenta interminabili pagine, senza poter incontrare Hester Prynne. Nathaniel Hawtorne ha talento, è indubbio, ma il suo resoconto degli anni trascorsi come impiegato, non mi aveva entusiasmata, anzi mi aveva annoiata al punto da mettere da parte il suo romanzo. Per fortuna, mi sono decisa a concedergli una seconda possibilità e non me sono pentita.

Sulla soglia del primo capitolo e di una prigione ho incontrato la tormentata Hester Prynne: un’eroina imperfetta, incapace di esprime appieno i suoi sentimenti e le sue abilità, perché rinchiusa in un paesino dominato dall’oscurantismo religioso. La protagonista del libro di Hawthorne è costretta a portare sul petto la lettera A, il simbolo dell’adulterio che ha commesso, un marchio infamante, che la esclude dalla comunità in cui ha abitato e la rende oggetto di schermo.

Però, visto che la donna era sposata, infelicemente, con un uomo molto più vecchio di lei e che sembrava essere sparito nel nulla, il lettore non può che provare simpatia per Hester. Purtroppo, Prynne può solo limitarsi a desiderare un mondo in cui i rapporti tra marito e moglie siano più equi, in cui l’amore si accompagni sempre al vincolo delle nozze, perché è imprigionata nel cerchio magico, nel teatro del paesino dove deve recitare la sua parte di dolore. Hester prova a riscattarsi e riesce persino a guadagnarsi una sorta di rispetto, decidendo di mettersi al servizio degli altri, ma non si può mai liberare del peso che le grava sul petto. Come gli altri attori principali del dramma in cui è coinvolta, non sembra capace di allontanarsi dal patibolo dove la sua vergogna è stata esibita.

La lettera scarlatta ricorda sempre alla protagonista il peccato di non cui non riesce a liberarsi e che sembra trovare personificazione nel frutto del suo errore: la piccola Pearl. La bambina sembra stranamente affascinata dal simbolo che la madre porta, ricamato sul corpetto, e appare come una creatura quasi sovrannaturale, sembra uno spirito come Ariel. Sua madre teme quasi che sia una strega e che sia stata contaminata dal suo peccato, ma Pearl dà l’impressione di ribellarsi a ogni convenzione solo perché, da una parte, avverte l’ostilità che gli altri provano verso di lei, e perché, dall’altra, pare aver intuito chi sia suo padre.

L’uomo che Hester ha amato non è salito con lei sulla gogna, perché lei si è rifiutata di rivelare il suo nome. Però, anche se è scampato all’umiliazione il segreto che porta nel cuore ha continuato a bruciare dentro di lui, corrodendo a poco a poco la sua anima. Hester, dopo diverso tempo, se ne rende conto e gli propone di allontanarsi dalla cittadina, di rifarsi una vita: si strappa dal petto la lettera scarlatta, si scioglie i capelli, esibisce la sua bellezza e vitalità, impegnandosi a salvare un uomo che appare molto più debole e vigliacco di lei, di fronte al dolore.

L’illusione dura solo un istante: Hester non è un’eroina femminista e spregiudicata, non può esserlo né diventarlo all’interno del cerchio opprimente in cui è rinchiusa, della prigione di precetti puritani che la circonda. Pearl la richiama all’ordine, rifiutandosi di riconoscerla, sinché non indosserà di nuovo il marchio della vergogna. Anche un altro personaggio trama per impedire a Hester di allontanarsi: suo marito, Roger Chillingworth, che assume quasi le sembianze di un essere demoniaco, intento a sondare e scarnificare l’animo dell’uomo che sua moglie ha amato, per obbligarlo a confessare il suo peccato.

Il marito di Hester, come Shylock, esige la sua libbra di carne, il suo tributo per l’offesa ricevuta e non è disposto ad arrendersi sinché non avrà ottenuto vendetta. Come l’ebreo del Mercante di Venezia, non riuscirà a soddisfare la sua brama, anche se Antonio, l’uomo che sente su di sé il marchio del peccato, l’agnello infetto del gregge, salirà sul patibolo. Il peccato deve essere espiato, senza lasciare a Hester la possibilità di ricostruirsi una vita: spetterà a Pearl, che ha sperimentato il dolore della madre, provare a cercare la felicità, al di fuori dell’opprimente ombra della gogna.

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