Quella maledetta pagina…

Quella maledetta pagina….

mi ha fatto venire un groppo alla gola. Quando ho preso in mano La Donna della domenica, di Fruttero e Lucentini, pensavo di conoscere a memoria il copione: avevo già visto la serie televisiva e non mi aspettavo grandi colpi di scena. Volevo solo respirare l’atmosfera di Torino, rivivere il suo passato, di cui ho intravvisto solo qualche barlume, visitando i mercatini di Piazza Carlo Alberto e quelli nascosti all’ombra della Gran Madre (sono una disgraziata: non ho mai visitato il Balon, lo storico mercato delle pulci, teatro di alcune scene chiave del romanzo). Ero pronta a indagare di nuovo sull’omicidio dell’architetto Garrone, insieme al commissario Santamaria e lasciarmi coinvolgere, come lui, dalle vicende della “Torino bene”.

Sì, mi aspettavo una lettura senza sorprese e, soprattutto, pensavo di conoscere come le mie tasche Lello Riviera: l’amante di Massimo Ciampi, uno dei possibili sospettati e amico di Carla Dosio, la bella sciura che fa girare la testa a Santamaria. Sapevo che lo avrei visto indagare sull’omicidio e correre dietro, di pagina in pagina, a Massimo: un uomo troppo preso da sé stesso e già stufo del suo innamorato. Mentre leggevo i primi capitoli, ero stanca delle continue scenate tra i due e Lello mi sembrava un bambino petulante. Certo, provavo una punta di compassione per lui, accentuata da quanto sapevo che stava per accadere (no, non vi dico cosa). Stavo terminando il capitolo sesto, con queste convinzioni, quando l’incipit del settimo ha rovesciato il mio castello di carte:

un’ora prima che la sveglia suonasse, un dolore intollerabile lo trafisse al polpaccio sinistro.

Stavo già provando simpatia per il poveretto, chiunque fosse, perché mi è capitato più volte di svegliarmi per colpa di un crampo.

Lello scattò a sedere sul letto e prese a massaggiarsi disperatamente la parte intirizzita. […] A poco a poco il dolore si attenuò, ma Lello rimase a sedere con la bocca piena di saliva, ancora scosso, spaventato. Attraverso le stecche delle persiane entrava una luce da esecuzione. […] Bruscamente, vide la sua situazione per quella che era: non ci sarebbe mai stata la mano di una mamma, di una sorella, di un vero amico a soccorrerlo nel caso del bisogno. […] Non poteva contare su nessuno, era abbandonato a se stesso, solo come un cane.

Solo come un cane: lo ammetto sono parole che mi hanno fatto male, perché ho una vaga idea di cosa sia la solitudine, e che mi hanno aperto gli occhi su Lello. Riviera non è l’innamorato petulante che rincorre Massimo, rifiutandosi di vederne i difetti: è un uomo solo, che cerca di aggrapparsi all’unico rapporto da cui può ricavare un briciolo d’amore, ma sa benissimo che Campi gli sta, anzi gli ha già voltato le spalle. Può contare solo su stesso e, quando svolge le sue indagini, secondo me, non è tanto animato  dalla necessità di scagionare il suo amante, quanto da un desiderio di rivalsa: vorrebbe poter dimostrare di essere più intelligente degli altri, per ottenere ammirazione e affetto. Penso che Lello sia un personaggio tragico, non un semplice meccanismo che serve a far avanzare la trama. Merita più considerazione da parte dei lettori, di sicuro più di quanta non gli sia stata riservata da Massimo.

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