L’eleganza del riccio

A Parigi, in un elegante palazzo di Rue de Grenelle abitato principalmente da snob raffinati ma con il cuore gelido, si celano due anime eleganti come fiori di camelia, due eroine imperfette.

Madame Michel, la portinaia, autodidatta e amante della grammatica, ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma dentro è semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti. Reneè nasconde la sua profonda intelligenza al mondo, preferendo passare le sue giornate nella guardiola, in compagnia di un buon libro e del suo gatto. Sin da piccola, ha deciso di rivelare al mondo le sue vere potenzialità, per paura che un peccato di superbia, la potesse distruggere: preferisce vivere nell’ombra, osservando con malcelato disprezzo le vite e le teste vuote dei nobili inquilini di Rue de Grenelle.

Qualche piano più in alto, c’è l’appartamento che Paloma condivide con la sua snervante famiglia. La ragazzina è dotata di un’intelligenza tagliente come la lama di un rasoio che le rende insopportabile l’ipocrisia e la finta cultura di cui sono imbevuti i suoi parenti. Paloma assomiglia un po’ a Sherlock Holmes o a Artemis Fowl: è sin troppo intuitiva e ha tendenze autodistruttive.

La vita nella boccia dei pesci che è il Palazzo di Rue de Grenelle, un luogo chiuso e apparentemente immutabile, viene sconvolta dall’arrivo del gentile signor Ozu, che incarna la purezza e gli ideali più alti dell’Oriente. Il gentiluomo permette alle due camelie di incontrarsi e ne riconosce il vero valore. Ozu strappa Reneè e Paloma dal loro universo interiore, ricco di cultura e filosofia, ma disperatamente privo d’amore, per invitarle a condividere con gli altri il loro animo, i loro pensieri.

L’incontro con il gentiluomo è un incontro con l’altro, che permette di migliorare sé stessi, un incontro che risponde ai desideri più profondi delle due protagoniste:

Non vediamo mai al di là delle nostre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all’incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. (…) Io invece supplico il destino di darmi la possibilità di vedere al di là di me stessa e di incontrare qualcuno.

Ne L’eleganza del riccio, Muriel Barbery ci insegna a diffidare delle apparenze e ci invita all’incontro con gli altri. Il suo romanzo è un inno alla bellezza, alla capacità di saper trovare qualcosa per cui valga la pena vivere, nonostante le crudeltà e le assurdità dell’esistenza.

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