Suite francese

Leggere Suite francese equivale a ritrovarsi in aperta campagna in balia di un temporale estivo, scoppiato all’improvviso. Irene Némirovsky trascina il lettore nel mezzo del cataclisma, dell’angoscia scatenata dall’occupazione tedesca della Francia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo romanzo, è rimasto incompiuto, perché la tempesta che stava trasponendo su carta, l’ha trascinata via con sé: la scrittrice è stata deportata ad Auschwitz.

I primi due movimenti di Suite francese, l’overture sul dramma della guerra, rivelano l’intento di catturare un momento critico, fatale, in cui emerge il vero carattere di ognuno:

Si sa che l’essere umano è complesso, plurale, scisso, pieno di risvolti, ma ci vogliono guerre, grandi rivolgimenti per rendersene conto. È lo spettacolo più appassionante e terribile. […] Solo chi ha osservato gli uomini e le donne in tempi simili a questo può dire di conoscerli a fondo, e solo lui conosce sé stesso.

Irene Nemirovsky osserva, cattura ogni dettaglio e affida alla sua penna, affilata come un bisturi, il compito di rivelare il carattere degli uomini, di svelarne le scissioni e contraddizioni. Nel primo movimento, Tempesta di giugno, mette in luce l’ipocrisia e il feroce istinto di auto-conservazione che si impossessano degli abitanti di Parigi di fronte al temporale, all’arrivo dei tedeschi. Alcuni personaggi sono accostati all’immagine di un gatto domestico, egoista ed edonista: si preoccupano solo dei loro interessi e non sono capaci di stringere dei rapporti umani con gli altri, di riconoscerli come dei fratelli colpiti dalla stessa tragedia. Durante l’esodo dalla città, solo due personaggi, i coniugi Michaud, sembrano capaci di mantenere un barlume di umanità.

In Dolce, la scissione viene incarnata dal personaggio di Lucile, una giovane francese che si invaghisce di Bruno, un soldato tedesco. La tensione interna del singolo personaggio-strumento musicale, si riverbera nell’intero paesino di campagna, occupato dalle forze nemiche: gli abitanti provano rancore nei confronti dei “crucchi”, ma, la convivenza obbligata li porta a conoscerli e riconoscerli nella veste di uomini, non solo di soldati.

Irene Nemirovsky, come un direttore d’orchestra, armonizza le voci dei suoi strumenti-personaggi: in alcuni momenti, prevalgono i solisti, come Lucile, mentre in altri la narrazione diventa corale. La sua maestria ci restituisce un quadro cupo, dove la guerra non ha niente a che fare con la gloria, ma solo con la lacerazione, con il dolore. La tempesta sembra riportare a galla solo rancori sopiti, gelosie e sentimenti negativi.

Al termine della lettura, nella mente resta impressa l’immagine del dipinto che Bruno dona a Lucile:

[…] una bella stampa dell’Ottocento rappresentante un veliero sul mare. […] Ma guardi. Il tempo minaccioso, nero, un battello che si allontana… e in lontananza una linea di chiarore all’orizzonte… una vaga, pallidissima speranza…

Non resta che aggrapparsi a quel chiarore, a quello sprazzo di sole che Irene Nemirovsky aveva intravvisto nel mezzo della tempesta.

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