Indignazione

 

Codarda, pensavo mentre osservavo la copertina del libro, codarda: hai scelto il più corto, il più economico. Gli altri romanzi di Philip Roth sembravano squadrarmi con disappunto, mentre mi allontanavo con uno dei loro fratelli.

Ho scelto Indignazione, lo ammetto, perché è un libriccino: avevo già sentito parlare di Roth, ovvio è un genio della letteratura, ma non mi ero mai decisa a comprare una delle sue opere; le fissavo, indecisa, e poi ripiegavo su qualcos’altro. Non avrei dovuto esitare così a lungo: quando ho finito di leggere, avrei voluto avere sul comodino un altro romanzo dello stesso autore.

Indignazione cattura il lettore nella sua tela sin dalla prima pagina, sin dalle prime due parole: sotto morfina. Dodici lettere che scatenano una ridda di supposizioni: chi è sotto morfina? Il protagonista? Sotto morfina nel senso letterale o perché è un ingenuo che non si rende conto della realtà? Intanto, chi sfoglia le pagine, viene assuefatto dalla scrittura di Roth e non riesce posare il libro (il che è un problema: vi consiglio di ritagliarvi un paio d’ore di tempo libero e di leggerlo tutto d’un fiato, invece di cominciarlo prima di dover uscire). I dialoghi assomigliano ad arringhe di tribunale, sono precisi, lucidi e taglienti e, anche se si protraggono più a lungo del normale, nessuna parola sembra superflua. Si ha l’impressione di avere messo in moto un meccanismo ad orologeria, nel momento stesso in cui si è aperto il libro, e di dover restare seduti sino a quando la macchina non si fermerà.

Indignazione ricorda, per certi versi, alcune opere di Shakespeare. Il protagonista, Marcus, vive nel quartiere ebraico di Newark e nella sua vita, tutto sembra ruotare attorno a una libbra di carne, a un sacrificio: suo padre è un macellaio che ha visto morire dei suo parenti durante Seconda guerra mondiale. Marcus vorrebbe solo potersi diplomarsi nel college della sua città e diventare un brillante avvocato, ma il suo genitore, come Lear, scivola giorno dopo giorno in una voragine di paranoia, rendendogli la vita impossibile. Allora, il giovane decide di trasferirsi lontano da cosa, in un’altra università, approdando in un Illiria puritana, dominata un regolamento ferreo e insensato. A Winesburg incontra Malvolio, un giovane intenzionato a “prendere la sua vendetta” su chi non gli va a genio, e un Olivia con tendenze suicide di cui si innamora follemente.

Marcus è un personaggio complicato, ossessionato dal desiderio di riuscire al meglio in tutto:

Volevo fare tutto al meglio. Se facevo tutto al meglio, potevo giustificare con mio padre le spese che doveva sostenere per farmi studiare in Ohio invece che a Newark.

L’ossessione per la perfezione del ragazzo è condizionata dalla paura: paura di deludere sé stesso, paura per il padre che non riconosce più, e, soprattutto paura di venire coscritto come soldato e inviato a combattere in Corea. Marcus pianifica e pianifica, ma la vita gli mette davanti degli ostacoli che fanno crollare in aria il suo castello di carte. Basta togliere una singola carta, la sua città natale, dalla costruzione, e tutto va in pezzi: il protagonista non riesce ad adeguarsi al regolamento di Winesburg.

Marcus è un intellettuale e un ateo, disposto a difendere a tutti i costi la sua visione del mondo, ma in un ambiente ristretto una scelta simile può costare cara. In Indignazione, Roth dimostra quanto sia difficile comprendere gli altri, considerare la vita da più punti di vista ed affrontare i conflitti:

[] Alla minima divergenza d’opinione, prendi e te ne vai. -C’è qualcosa di male nel trovare una soluzione andandosene tranquillamente via?-

Quando si termina la lettura non si può fare a meno di provare un brivido: un brivido di paura per i conflitti che non si riescono a gestire e per ogni singola decisione che può rivelarsi fatale.

(Photo credits: “Phillip Roth – 1973” di Nancy Crampton – ebay. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Phillip_Roth)

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