La macchia umana

La macchia umana, Philip Roth, Feltrinelli.

La Macchia umana non è un romanzo semplice da leggere, perché affronta temi con cui non vorremmo confrontarci, perché sono terribilmente attuali: l’incapacità di conoscere gli altril’impossibilità di comunicare, senza rischiare di venire fraintesi; l’impurità, l’oscurità che ogni uomo nasconde dentro di sé.

La tragedia in cinque atti di Roth si apre con un errore, un errore ridicolo che sconvolge la vita del protagonista: il professor Coleman Silk, utilizza un termine che significa spettro, ma che può anche essere considerato un epiteto razzista. Nell’America neo-puritana, infiammata dallo scandalo Lewinski e infestata dagli spettri della Guerra del Vietnam, quella singola parola ha un effetto devastante: dà il via ad un assurda caccia alle streghe che porta Coleman ad abbandonare il college in cui ha insegnato per tanti anni.

Philip Roth mette al centro del romanzo/tragedia un triangolo amoroso, i cui tre vertici, sono segnati dal loro passato, da una macchia che gli ha corrotti: Coleman che ha visto sgretolarsi la sua autorità, il suo prestigio e la sua stessa famiglia, per colpa di una parola; la sua Voluptas, una donna molto più giovane di lui, di cui si è innamorato, e l’ex marito di lei. Lo scrittore si rifà ai modelli classici, ma li trasporta in un nuovo scenario in

questo New England che, storicamente, più s’identifica con la resistenza dell’individualista americano alle coercizioni di un’ipercritica comunità (vengono in mente Hawthorne, Melville e Thoreau) un individualista americano che non metteva le regole davanti a tutto il resto […]

L’individualista è Coleman Silk, che nasconde un segreto, un segreto che affonda le sue radici nell’ideale americano della libertà, dell’uomo che può costruirsi/ricostruirsi da solo nella terra delle opportunità: un ideale che Roth guarda con sospetto. Il professore è cresciuto con un padre che amava citare Shakespeare e che dava importanza ad ogni singola parola, il che rende ancora più paradossale il suo errore; o forse no, visto che Silk si è ribellato a quell’uomo per essere:

Libero su una scala inimmaginabile per suo padre. Libero come suo padre non era mai stato. […] Libero, invece,sul grande palcoscenico. Libero di procedere e fare grandi cose.

Coleman assume su di sé una maschera, con cui nasconde la sua vera identità, mentre rinnega le sue radici. Chi, invece, non può indossare una maschera è Les Farley, il suo rivale, l’ex marito di Voluptas, un uomo segnato dai ricordi della guerra del Vietnam. Come in Indignazione, il conflitto viene presentato come un buco nero capace di inghiottire la vita e le speranze degli uomini:

Non ha voglia di stare in compagnia, non è capace di ridere o scherzare, sente di non fare più parte di quel mondo, sente di aver visto e fatto cose così estranee ai pensieri di quella gente che lui non riesce a intendersi con loro e loro non riescono ad intendersi con lui. Gli hanno detto che poteva andare a casa? Come faceva ad andare a casa? Non ha mica un aereo, a casa.

Anche Voluptas, Faunia, l’ex moglie di Farley non riesce a intendersi con gli altri e preferisce rivolgersi agli animali che sente più affini a sé, nella sua identità di donna-preda, vittima, prima, del suo patrigno e poi di quel marito che non è mai davvero ritornato dal Vietnam. Spetta a lei pronunciare, in un rifugio per bestie, davanti a una ragazza che dà da mangiare a un serpente, il monologo sulla macchia umana, sul peccato originale che ci rende tutti imperfetti e rende assurda ogni pretesa di perfezione:

noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante.

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