La donna in bianco

“La scoperta di quel Segreto avrebbe potuto… Quello era il suo Segreto”

No, non sto per parlarvi di una puntata di una certa fiction, ma di un libro che, purtroppo, assomiglia sin troppo a certi programmi televisivi: “La donna in bianco”. Tutto ha inizio quando Walter Hartright (giusto di cuore) incontra una misteriosa donna di bianco vestita che si aggira per le strade di Londra e che gli chiede delle indicazioni, prima di sparire. Walter non ha tempo di riflettere su quanto è accaduto perché riceve un’inaspettata offerta di lavoro: deve recarsi a Limmeridge per istruire due signorine. Ovviamente, non appena posa gli occhi sulla più affascinante delle sue allieve, Laura, una fanciulla che a parte la bellezza non ha altri pregi, viene colpito dalla freccia di Cupido. Purtroppo, la ragazza è già fidanzata con il temibile Sir Percival che ha in serbo un diabolico piano… Toccherà a Gonzalo, emh, no Walter, correre in suo aiuto.

La Donna in bianco, sulla carta, si presenta come un thriller, però non è in grado di generare nessuna tensione psicologica nel lettore: se si conoscono i principali meccanismi letterari e i cliché più ricorrenti, si può già intuire buona parte della trama sin dai primi capitoli. Inoltre, si ha l’impressione che l’autore, Wilkie Collins, stesse cercando di imitare Dickens e di riproporre l’espediente dello scambio d’identità presente ne “Le due città”.

Allora perché ho deciso di parlarvi di questo romanzo, oltre che per invogliare i fan delle telenovelas ad avvicinarsi alla letteratura? Perché Wilkie Collins ha creato tre personaggi decisamente interessanti. Bisogna ignorare la coppia di protagonisti, composta dal maestrino che si deve trasformare in detective (questo mi ricorda un’altra fiction) e dalla sua amata la stordita e completamente inutile damigella in pericolo e concentrasi su altri caratteri.

Lo zio di Laura è un ipocondriaco, che non vuole essere disturbato e non tollera la presenza di nessuno. In teoria, dovrebbe essere un personaggio antipaticissimo, ma il suo desiderio di essere lasciato in pace fa sorridere e, nonostante sia privo di moralità, non si può non apprezzare il suo spirito. Collins è riuscito con maestria a calarsi nei panni di un uomo che detesta tutto e tutti e proporre in  modo impeccabile il suo punto di vista: per Mr Farlie una disgrazia è tale solo perché qualcuno gli sta facendo perdere tempo per riferirgli dell’accaduto.

Un’altro personaggio degno di nota è Marian, la sorellastra di Laura, che Walter definisce come brutta. Sarà pure brutta, ma ha un gran cervello e se fosse uscita dalla penna di un autore nato in un altro secolo forse non si sarebbe limitata a dire “se fossi un uomo farei…”, ma avrebbe anche agito e messo fuori gioco sin dal principio i cattivi di turno.

L’ultima creazione di Wilkie Collins che merita di essere citata è il Conte Fosco, un misterioso galantuomo che agisce in accordo con Percival. Come Marian, è dotato di una grande intelligenza e non può non ammirare il “cervello” della sua avversaria, tanto da esserne attratto. In un’altra circostanza si sarebbe prefigurata un’interessante situazione alla Holmes/Adler, ma, purtroppo, Gonz… emh Walter deve rimanere al centro dell’attenzione. Fosco è anche un esperto di chimica e sembra prefigurare altri villains come il Joker o il signor “Say my name” White.

Alla fine, non resta che fantasticare su un altro romanzo, uno dove, messi ai margini i due piccioncini da telenovelas, Marian e Fosco possano avere l’attenzione che meritano.

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