Un giocatore, un usuraio e un uomo ridicolo

Dostoevskij-Newton Compton

Tre uomini per tre racconti di Dostoevskij accomunati dalla mancanza d’amore, dall’immagine dell’oro e della vita che scivola via tra le dita.

Il giocatore rimane intrappolato nel micro-universo di Roulettenbuorg, dominato dal caso e dal vorticare ipnotico della pallina di casella in casella. I sentimenti vengono cancellati dalle combinazioni, rosso e nero, pari e dispari e dalla febbre del gioco, dall’ebbrezza della vittoria seguita dall’annientamento della perdita. Aleksej è un giovane intelligente, ma decide di sacrificare alla Dea Bendata il suo spirito sagace e il suo amore per la bella Polina, sino a ridursi a uno zero:

Il punto è che sarebbe sufficiente un solo giro della ruota perché tutto cambiasse (…) Che cosa sono adesso? Uno zéro. Che cosa potrei essere domani? Domani potrei risorgere dal mondo dei morti e rincominciare nuovamente a vivere! Potrei ritrovare l’essere umano che è in me, almeno finché non svanisce.

Aleksej, come il giocatore di “Ventiquattro ore nella vita di una donna”, lega il suo destino ai corsi e ricorsi della roulette: decide di incatenarsi alla ruota della fortuna che, dopo alti e bassi, momenti di esaltazione febbrile e rovinose cadute, lo trascinerà verso l’abisso, e eroderà, giorno dopo giorno, quel che resta della sua umanità.

Come Aleksej, anche l’usuraio protagonista del racconto “La mite” si dimentica di poter amare, rimanda a un altro giorno la possibilità di aprirsi all’altro. Si chiude in sé stesso, si rifugia dietro la maschera da angelo caduto, da dannato che si è costruito. Nasconde la sua intelligenza e i suoi sentimenti, senza accorgersi che sta distruggendo la donna che ha voluto legare a sé, perché, nonostante si rifiuti di ammetterlo, ha un disperato bisogno di evadere dalla prigione di solitudine che si è costruito attorno. La sua anima è intorpidita e accecata dall’orgoglio, l’orgoglio di Lucifero: il velo che gli annebbia la vista, cade, quando non c’è più possibilità di redenzione.

Il terzo uomo di Dostoevskij è l’uomo ridicolo che ha l’anima spenta e offuscata dall’indifferenza:

Da un momento all’altro ho sentito che per me sarebbe del tutto indifferente se ci fosse il mondo o non ci fosse nulla. Iniziai a capire e a sentire con tutto il mio essere che davanti a me non c’era nulla.

La sua visione del mondo viene scossa da un sogno: un sogno in cui si ritrova a vivere in una sorta di età dell’oro dove l’amore e la fratellanza regnano sovrani. Una volta risvegliatosi, comprende che l’unico modo per non lasciarsi scivolare via la vita fra le dita è uscire dalla prigione dell’indifferenza e aprirsi agli altri. Purtroppo, la sua rinnovata visione dell’esistenza non può che essere ridicola: per gli uomini non sembra prefigurasi nessuna possibilità di riscatto, nessuna possibilità di amare.

Alla fine, restano solo tre figure tragiche, tre uomini di cui il lettore ha intravvisto il sottosuolo, la psiche, e tre vite destinate allo scacco. La ruota continua a girare, imperturbabile.

Photo credits: “Sforzawheel” di B.Bembo? – http://www.tarothistory.com/viscontisforza.html.

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