Nemesi

Nemesi Roth Copertina. Bookrepublic

NEMESI [s.f.] (lett.) espiazione fatale di una colpa; vendetta/ nemesi storica giustizia che colpirebbe nei discendenti le colpe dei progenitori.

Il cuore pulsante, l’anima dolente, dell’omonimo romanzo di Philip Roth è racchiuso in questa definizione: in questo destino annunciato. Come in “Indignazione” e ne “La macchia umana”, il protagonista desidera sfuggire al suo futuro, al fato che incombe su di lui. Anche in questo libro, ritornano temi e ambientazioni care all’autore: la guerra, la sorte che si fa beffe delle illusioni e speranze dell’uomo e, sullo sfondo, la sua Newark (qui trovate i luoghi di Roth, raccolti in una mappa da Panorama).

Il lettore, sulla soglia di “Nemesi” sa di stare per innescare un crudele meccanismo: il pendolo nel pozzo sta per iniziare ad abbassarsi e per ipnotizzarlo, sino all’ultimo istante fatale. Si sa di stare per assistere a una tragedia, che un semplice errore comprometterà il destino del protagonista, il giovane Bucky Cantor; si prova l’impulso di gridare, di avvertirlo, prima che sia troppo tardi. Però, non si può fare niente: non resta che calarsi nell’atmosfera di una torrida Newark invasa dalla calura opprimente dell’estate e aspettare l’inevitabile. Per le strade, come un fantasma, si aggira la polio, malattia crudele, che colpisce soprattutto i bambini. Nel 1944 l’epidemia dilaga perché nessuno conosce le cause del contagio e si assiste a una sorta di “caccia agli untori”.

Il dolore che invade la città colpisce nel vivo Bucky, che vede ammalarsi, uno dopo l’altro, i bambini di cui dovrebbe occuparsi, in veste di animatore. Roth concentra tutta quella carica di disperazione nell’urlo nero di una madre, che si riverbera nell’anima di Cantor:

E a quel punto cacciò un guaito. Mr Cantor non aveva mai udito uno strillo così acuto, tranne nei film dell’orrore. Era diverso da un grido. Pareva generato da una scarica elettrica. Era un suono stridulo e protratto, diverso da qualunque verso umano di sua conoscenza, e la lugubre suggestione di quel suono gli fece accapponare la pelle.

Di fronte alla malattia, Bucky vede scomparire i suoi punti di riferimento: ha sempre creduto che tutto sarebbe andato per il meglio se si fosse limitato a svolgere il suo dovere con serietà, riscattando la macchia di un padre poco di buono, e seguendo gli insegnamenti del suo rigido nonno; ma di fronte allo spettro che minaccia Newark serve qualcosa di più. Cantor non riesce ad affrontare la questione del male, che affligge ognuno di noi, se non scagliandosi contro Dio:

meglio santificare e placare i raggi non rifratti del Grande Padre Sole piuttosto che sottomettersi a un essere supremo per qualunque atroce delitto gradisca compiere. Sì, di gran lunga meglio lodare l’insostituibile generatore che ha alimentato la nostra esistenza fin dal suo inizio-di gran lunga meglio onorare con la preghiera il proprio tangibile incontro quotidiano con l’ubiquo occhio d’oro isolato nella distesa blu del cielo, e il suo immanente potere di incenerire la terra-piuttosto che bersi la menzogna ufficiale secondo cui Dio è buono e strisciare ai piedi di chi assassina i bambini a sangue freddo.

Un’altra risposta al problema, un’interpretazione più lucida, viene fornita, anni dopo da un acuto ex-allievo di Bucky, sopravvissuto alla polio:

 Ogni biografia è guidata dal caso e, a partire dal concepimento, il caso-la tirannia della contingenza-è tutto.È al caso che ritengo Mr Cantor si riferisse quando vituperava quel che lui chiamava Dio.

Spetta a questo sopravvissuto completare lo scavo psicologico nell’animo di Bucky, portato avanti con maestria nel corso di tutto il romanzo, e fornire la diagnosi del suo “caso”. Tocca a lui dimostrare che per sopravvivere al fato sono fondamentali,più del senso del dovere, l’intelligenza e l’ironia: sono le nostre uniche armi, armi che possiamo affilare grazie ai libri di Roth.

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