Laidlaw e Glasgow

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Il caso Tony Veitch, William McIlvanney, Feltrinelli

Glasgow è un puzzle, un mistero da risolvere per il detective Laidlaw: una città crudele, ma, allo stesso tempo, dolce come un biscotto allo zenzero. Un insieme di strade che confonde anche chi, come lui, conosce ogni quartiere, un mosaico che non si riesce a ricomporre nemmeno guardandolo dall’alto.

Dall’alto di Ruchill Park Laidlaw guardò la città. Ne vedeva la maggior parte, eppure Glasgow continuava a eluderlo. Che cos’è questo? pensò.
Una città piccola e grande, rispose la sua mente. Una città con il viso controvento, indurito in una smorfia. Ma doveva essere per forza così difficile? A volte sembrava di sì. Il vento non aveva ma smesso di soffiare. Anche quando Glasgow era la seconda città dell’Impero britannico, il denaro non l’aveva mai ammorbidita, perché la ricchezza di pochi era diventata la povertà di molti. I molti erano sopravvissuti, malgrado le difficoltà e avevano reclamato lo spirito del luogo. Essendo sopravvissuti alla ricchezza, potevano sopravvivere a qualsiasi cosa. Ora che il denaro scarseggiava, loro notavano appena la differenza. Se ne avevi un po’, tutto quello che facevi era spenderlo. Il denaro è sempre stato scarso, dicevano. Diteci qualcosa che non sappiamo. Quella era Glasgow. Un luogo così gentile da mettere al tappeto la crudeltà.

Ne Il Caso Tony Veitch, William McIlvanney fa respirare al lettore l’atmosfera di Glasgow, descrivendo non solo quartieri e luoghi iconici, ma anche il carattere dei suoi abitanti, riuscendo a lasciarne intatto l’alone di mistero. Sembra quasi che Glasgow sia co-protagonista del giallo, anzi che rubi la scena all’investigatore Laidlaw. Durante la lettura, si ha come l’impressione che l’anima città debba essere scoperta di pagina in pagina, mentre che quella del protagonista ci sia svelata sin troppo facilmente. Sin da subito abbiamo chiaro chi sia Laidlaw, perché l’autore insiste nel presentarcelo, nel svelarci la sua interiorità, invece di lasciarla esplorare, man a mano al lettore. Questo, secondo me, è l’unico difetto del libro.

Chi è Laidlaw? Il detective di McIlvanney è un eroe imperfetto, con problemi coniugali. Una figura dalla rigida moralità con un’etica che prevede che tutti, indipendentemente dal loro ruolo nella società, debbano ricevere giustizia. L’investigatore si mette al servizio di tutti i cittadini di Glasgow, a costo di soffrire, di diventare ossessionato dai casi che segue.

O importavano tutti, o nessuno. Da ragazzo Laidlaw aveva affrontato quei nobili temi come se fosse il primo ad averci mai pensato, durante quella che definiva la sua fase “perché siamo al mondo”. All’epoca andava in giro con la sensazione di avere in testa un tabellone con la domanda del giorno: esiste un Dio? Qual è il senso della vita? Ora ne sorrideva, ma era un sorriso triste.
La verità era che alcune delle impossibilità contro le quali era andato a sbattere ancora lo tormentavano. Ricordava di aver abbandonato qualsiasi credenza in un significato generale della vita perché quel significato sarebbe dovuto essere indivisibile, totale in modo inequivocabile, capace di dare senso a ogni piuma o pezzo di carta soffiati dal vento.

La “religione” di Laidlaw è la sua maledizione: non è semplice riuscire a rendere conto di ogni vita spezzata, di ogni incidente che capita nella sua città. Non è facile ritrovarsi a combattere con i propri stessi colleghi per assicurarsi che nessun omicidio venga archiviato prima di essere certi di aver incastrato il colpevole. La sua dimensione eroica sta nella sua inesauribile sete di giustizia, nella sua capacità di riconoscere le vere “autorità” di Glasgow: non i personaggi famosi, ma coloro che si dedicano a “una generosità non forzata, quotidiana, nello sforzo di rendere la vita più sopportabile per gli altri e per se stessi”.

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