Oltre il confine

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Attraversare il confine significa entrare in un mondo dove i sogni si confondono con la realtà, dove l’uomo dialoga con la Natura e si confessa, raccontando il suo difficile rapporto con Dio. Per il giovane Billy, il protagonista di Oltre il confine, passare la linea che separa gli Stati Uniti dal Messico significa rinunciare agli ultimi scampoli dell’infanzia, accettare che non sempre la vita ha un senso. Sia le Animas,dove è cresciuto, sia la terra a sud, al di là del confine, sono segnate dalla violenza, dal sangue; ma oltrepassando il valico si entra nell’ignoto in una landa dove la parola, la narrazione ha il potere di ricomporre i frammenti di un mondo andato in pezzi.

Billy, come un novello cavaliere, un moderno Don Chisciotte, si spinge al di là del confine per portare a termine delle imprese, ma, ogni volta, il risultato è diverso da quello sperato. Il ragazzo, come i personaggi dell’Orlando Furioso, sembra intrappolato in una ricerca che non ha mai fine, che non riesce mai ad approdare alla felicità. Ogni passaggio è una dura lezione di vita: l’occasione di confrontarsi con le contraddizioni del Messico e dell’esistenza. Il paese al di là del confine è segnato da guerre e povertà, da una violenza atavica. Eppure molti dei suoi abitanti sono capaci di condividere con Billy quel poco che hanno, di mostrarsi sempre ospitali e generosi.

Non è facile identificarsi nel protagonista o in suo fratello Boyd: sono due ragazzi giovanissimi, ma sono cresciuti troppo in fretta nella terra di confine, sotto il giogo di un padre autoritario. Si può condividere la loro passione per la natura, il loro amore per gli animali, ma ci sente comunque a disagio di fronte a questi uomini-bambini capaci di sopravvivere da soli in mezzo a boschi e lande desolate e di affrontare criminali privi di scrupoli. Allora, ci si rivolge alle storie che Billy ascolta lungo il cammino, a racconti universali che parlano del problema del male e del significato della vita. Le storie del sagrestano, che abita in una chiesa in rovina, e del vecchio cieco assomigliano a delle vere e proprie parabole; ma, attenzione, questi racconti non rivelano un disegno di Dio, invitano, piuttosto, ad accettare che quel senso ultimo sarà sempre inconoscibile all’uomo:

Chi può sognare Dio? Quest’uomo lo sognava. In quei sogni Dio era molto indaffarato. Interpellato, non rispondeva. (…) Un Dio che appariva schiavo dei doveri da lui stesso imposti. Un Dio dotato dell’insondabile capacità di piegare tutto a un proposito imperscrutabile. Neppure il caos stesso era estraneo a quella matrice. E da qualche parte di quell’arazzo che era il mondo nel suo farsi e disfarsi vi era un filo, lui, e si svegliava piangendo.

McCarthy, come Roth e Maugham, si interroga sull’esistenza del dolore, sul senso del cammino che percorriamo. Sembra che l’unico modo per accettare la vita, per riconoscerne l’assurdità sia varcare il confine ed entrare in una terra ricca di archetipi, di sangue e simboli,  come le colline di Pavese. Nel cuore del lettore rimangono le immagini di paesaggi che si scolpiscono nella memoria, descritti con precisione fotografica, e della cupola di una chiesa, che come la vita umana, potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.

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