Il cardellino

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Il cardellino via Wikimedia Commons

Un barlume di bellezza può rimanere fissato per sempre nel cuore. Un quadro o un libro possono rivelarci molto su noi stessi: la finzione dell’arte diventa un specchio attraverso cui guardare il mondo, per cercarne di sopportare le contraddizioni e la malvagità. Donna Tartt ne Il cardellino muove da questi presupposti per dare vita a un romanzo incentrato su una piccola, ma magnifica, opera d’arte: Il cardellino di Fabritius.

Il libro si svolge in tre atti, tre città segnate da un diverso ritmo narrativo. A New York il protagonista, Theo, rimane coinvolto in un attentato, mentre sta visitando una mostra sui maestri fiamminghi, e perde la madre. L’atmosfera delle prime pagine è soffocante, carica di tensione, quasi insostenibile: non è semplice affrontare la vivida descrizione dell’esplosione. In seguito alla tragedia, il ragazzo è costretto a trasferirsi a Las Vegas, portando con sé il Cardellino che ha salvato dalle macerie e che non è mai riuscito a restituire al museo. La narrazione si dilata, diventa meno tagliente, le pennellate si fanno più imprecise, quasi a rispecchiare il torpore e lo stupore alcolico e ipnotico delle droghe con cui Theo cerca di riempire il vuote che ha nel cuore. L’ultimo atto si svolge ad Amsterdam, combinando la precedente tensione con fasi dal ritmo più disteso dedicate all’introspezione: è il momento della scelta. Il protagonista deve fare i conti con il suo tormentato passato e con le conseguenze delle sue azioni.

Donna Tartt descrive con maestria la psiche devastata di Theo: un ragazzo spezzato dalla tragedia e segnato dal difficile rapporto con padre assente, tormentato dai demoni del gioco e dell’alcool. Il protagonista assomiglia al fragile Cardellino, al suo amuleto. Il dipinto si trasforma in una sorta di ossessione come il cuore che batte sotto le assi del pavimento in un racconto di Poe. Theo mente a sé stesso e agli altri; la citazione di La Rochefoucald, con cui si apre una delle sezioni del libro, riassume le maschere che si sovrappongono sul suo volto, tra cui quella del suo genitore, e che rischiano di trascinarlo verso l’abisso:

Siamo così abituati a mascherarci di fronte agli altri che finiamo per farlo anche di fronte a noi stessi.

Il Cardellino, come il quadro da cui prende il nome, deve essere analizzato anche nei suoi aspetti tecnici, nella pennellata, in questo caso la tecnica di Donna Tartt, la sua abilità di scrittrice, per apprezzarlo a pieno. Ci sono dei piccoli dettagli che rivelano l’abilità dell’autrice.

Quando Theo lascia Las Vegas deve riuscire a nascondere un cagnolino che vuole portare con sé, ma che non potrebbe far salire sull’autobus. Allora, un tassista gli suggerisce di distogliere l’attenzione dall’animale infilandolo in una borsa e ricoprendolo di giornali. Quella che sembrerebbe una scena insignificante assume un’altra luce, diversi capitoli dopo, perché il protagonista è stato vittima di un simile tranello: qualcuno è riuscito a nascondergli un particolare fondamentale, ad occultare un inganno.

Donna Tartt nel Cardellino ci regala una riflessione sulla questione del male, un tema caro a Roth e Maugham. Questo problema è al centro dell’intero resoconto di Theo, ma resta sotto la superficie, intessuto nel filo stesso della trama. La scrittrice lo mette in luce in modo esplicito solo quando dei personaggi affrontano in modo diretto la tragedia che ha segnato il protagonista e gli chiedono se non si è mai interessato alla filosofia.

Non è stato semplice leggere questo romanzo, che a volte è un vero pugno nello stomaco. Però nella sua crudeltà e durezza si può trovare un barlume di speranza, una pennellata di colore in mezzo a tanto nero. Vi consiglio di abbinare alla lettura un approfondimento sulle altre opere d’arte citate da Donna Tartt,: Ragazzo con teschio ,Le reggenti dell’Ospizio dei vecchi di Hals, Lezione di anatomia Rembrandt (se poi foste così fortunati da incappare in una replica di The art of… Paesi Bassi ancora meglio 🙂 ).

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