Un po’ di Zweig

Avrei voluto paragonare una selezione di racconti di Stefan Zweig a un’elegante scatola di pasticcini, da gustare uno per uno, ma mi sono resa conto che la similitudine non regge. I testi di questo scrittore non sono “dolci”, bensì hanno un retrogusto amaro, un velo di tristezza che rimane nel cuore dopo aver visto i suoi personaggi confrontarsi con le sfide della vita, confessare i loro segreti. Zweig accumula, di riga in riga, tensione e rivelazioni, spingendo il lettore a chiedersi cosa farei in una simile situazione?

In alcuni racconti i protagonisti rivelano la loro storia (Novella degli scacchi, Lettera di una sconosciuta, Ventiquattr’ore nella vita di una donna, Amok), per spiegare a chi li sta ascoltando quale percorso hanno intrapreso, quali scelte li hanno portati a scivolare nella follia o a evitare di cadere nel baratro: Silvia Montis parla di “momenti fatali” che segnano il destino delle creature uscite dalla penna di Zweig. La tensione psicologica s’ intreccia con la tecnica sopraffina del narratore che ci regala momenti di pura poesia, come la descrizione delle mani di un giocatore in Ventiquattr’ore nella vita di una donna, racconto di un inaspettato coup de foudre:

Mai prima d’ora ho visto mani così eloquenti, nelle quali ogni muscolo era una bocca e dalle quali la passione erompeva visibile da ogni poro. Per un attimo rimasero così tutte e due distese sul tavolo verde, come meduse buttate sulla riva del mare, morte e piatte. Poi l’una la destra, provò faticosamente a raddrizzarsi cominciando dalla punta delle dita; tremava, si ritirò, roteò su sé stessa, barcollò, volteggiò…

La passione, il fuoco d’amore diventa spesso febbre che ottenebra i sensi. La protagonista di Ventiquattr’ore si lascia irretire dal fascino del nervoso giocatore, mentre in Amok un medico intraprende una discesa nella follia, nel cuore di tenebra degli uomini, perché si invaghisce di un’adultera. Invece, in Bruciante segreto un bambino si trova a confrontarsi con i segreti del mondo degli adulti, con i loro intrighi amorosi, e a dubitare delle loro promesse e parole:

non riusciva più a capire la vita da quando vedeva che le parole, dietro le quali fino ad allora immaginava ci fosse la realtà, altro non erano che bolle colorate, che si gonfiavano e scoppiavano per non lasciare nulla.

Il potere della parola diventa un tema centrale in Mendel dei libri e nella Novella degli scacchi. Nel primo racconto, assistiamo alla rovina di un uomo che ha consacrato la sua esistenza ai testi, diventando una sorta di catalogo bibliografico vivente. Un mago dei libri la cui memoria prodigiosa viene annientata dall’orrore della guerra e di cui rischierebbe di scomparire anche il ricordo, se non venisse affidato a carta e inchiostro:

avrei dovuto sapere che i libri si creano solo per continuare a restare uniti agli uomini ben oltre la breve durata del nostro respiro, e difendersi così dall’impietosa controparte di ogni esistenza: la caducità e la dimenticanza.

Invece, nella Novella degli scacchi, il protagonista sopravvive alla prigionia a una terribile solitudine grazie a un unico libro: come ne La ladra di libri, viene esaltato il potere salvifico delle parole, capaci di strapparci al vuoto e alla disperazione.

Quindi, questi racconti non si possono paragonare a dei pasticcini, per quanto siano eleganti e ricchi di stile. Però il lettore può sempre gustare le paste di Mendl’s , guardando Gran Hotel Budapest, il film di Wes Anderson liberamente ispirato al Mondo di ieri di Zweig.

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