Follia

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A volte… mi sembra che il manicomio sia una testa. Che siamo in una testa immensa che ci sogna e ci fa esistere. (Arkham Asylum. Grant Morrison & Dave Mc Kean)

Follia di Patrick McGrath (il titolo originale è Asylum, ovvero manicomio) è un romanzo incentrato sul potere distruttivo della passione. Tutto ha inizio in un manicomio vittoriano, in una di quelle strutture che, secondo lo storico dell’arte G. Dixon, dovrebbero invitare alla calma, almeno secondo le intenzioni dei loro architetti, ma che finiscono con l’assomigliare a cupi castelli dell’orrore, a dimore da incubo:

Anche se dio solo sa se non si è preso i miei anni migliori, questo è un posto spaventoso. È un istituto di massima sicurezza, una cittadella fortificata che sorge su un alto colle e domina la campagna circostante (…) costruito secondo il tipico schema lineare dell’architettura vittoriana (…) un’architettura  morale, che esprime regolarità, disciplina e organizzazione.

In questo ambiente chiuso, la tensione psicologica e sessuale finisce per accumularsi, sino a diventare insostenibile.

Uno degli psicologi, che lavorano nella struttura, ci racconta la storia di Stella, la moglie di uno dei suoi colleghi e dell’uomo di cui si è innamorata: uno dei pazienti ricoverati nella struttura, l’artista uxoricida Edgar Stark. Sin dalle prime battute, la tensione è altissima, il lettore si immagina che la follia di Stark sia una bomba a orologeria: non si sa quando si scatterà, né chi rimarrà coinvolto nell’esplosione. McGrath addensa oscuri presagi e dettagli disturbanti, che si fissano nella memoria, in attesa dell’ultimo colpo di scena.

Stella è una moglie insoddisfatta che non riesce a tollerare di dover trascorrere la sua vita a fianco di un intellettuale algido, che sembra capace di “leggerle nel pensiero”. Edgar, invece, è l’altra faccia della medaglia: è dominato da una sfrenata sensualità, avvelenato da una gelosia patologica ed è un “paziente” sottomesso all’autorità altrui. La donna ci appare come un fiore, come una delle piante coltivate nella serra che Stark sta ristrutturando sotto la supervisione dei medici della struttura: ha una disperata sete di passione che pensa di poter estinguere cedendo all’artista. L’amore si lega indissolubilmente al piacere dato dalla trasgressione, dall’infrazione di ogni consuetudine e legge morale: si precipita in una spirale inarrestabile di autodistruzione. Leggendo le prime pagine, non si può non pensare a Mad Love il fumetto di Dini in cui Harley Quinn si innamora del Joker: si ha l’impressione che Stella stia venendo manipolata da un uomo che vuole usarla per evadere dal manicomio. La realtà è più complessa; ma il mosaico si può contemplare nella sua interezza solo alla fine del libro.

In Follia siamo in balia di un narratore inaffidabile: ci rendiamo conto che qualcosa non torna, intravvediamo nelle crepe nella storia, crepe da cui entra l’oscurità. Il manicomio descritto da Mc Grath ricorda l‘Arkham Asylum di Batman: è sin troppo facile venire permeati dalla pazzia che trasuda da questo castello gotico. Siamo dentro la “testa” di cui parlava Morrison è non è più così semplice distinguere la realtà dalla fantasia, la sanità mentale dalla pazzia. Come nel finale de Il gabinetto del dottor Caligari, ci ritroviamo spaesati, senza punti di riferimento. Resta solo un’unica certezza “L’amore ci rende tutti dei mostri” (Guillermo del Toro, Crimson Peak).

 

 

 

 

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