L’armata dei sonnambuli

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Te lo si conta noi, com’è che andò. Noi che s’era in Piazza Rivoluzione. Qualchedun altro te lo conterebbe – e magari te l’ha già contato – come sono buon tutti, cioè a dire col salenizucca di poi…

Il collettivo di scrittori noto con il nome di Wu Ming, ne L’Armata dei sonnambuli, mette in scena la Rivoluzione francese, trasformandola in un dramma in cinque atti. Il popolo parigino assume il ruolo di coro, come in una tragedia greca, per commentare l’ascesa e la caduta, delle teste, degli astri del Terrore. La città ribolle di sangue e tumulti; ma, allo stesso tempo, si ha l’impressione che nulla sia destinato a cambiare: la Fame, con la effe maiuscola, imperversa, mentre nuove bolle di tensione affiorano in superficie, rendendo impossibile il raggiungimento di un nuovo equilibrio.

La genialità di Wu Ming sta nell’aver scombinato le carte: i dati storici, le testimonianze dell’epoca si scontrano con un elemento “sovrannaturale”. Nel romanzo il mesmerismo non è più una teoria, una speculazione. Mesmer avrebbe scoperto un temibile flusso magnetico che permette a chi lo domina di influenzare la volontà altrui. Gli scrittori hanno giocato anche con l’invenzione linguistica, che caratterizza la parlata del “coro”. Gli abitanti del “foborgo” deformano sia le parole comuni sia i nomi dei luoghi, dando vita a una sorta di nuovo “volgare”.

Se Tutto il mondo è teatro, come sosteneva Shakespeare, allora anche un singolo evento storico può diventare un dramma: nel romanzo il Terrore diventa un’opera. La struttura narrativa si configura come un gioco di scatole, ci sono tanti piccoli palcoscenici che si incastrano l’uno nell’altro e gli attori-personaggi passano da una scena all’altra. Il primo a notarlo è, guarda caso, un attore, Leo Modonesi, appassionato “fan” di Goldoni. Spetta a lui capire che la Rivoluzione non è altro che un “nuovo teatro” e che per sopravvivere è necessario diventarne interpreti. Sia chi sostiene il nuovo regime, sia chi vuole rovesciarlo, ricorrendo al mesmerismo, mette in scena delle performance: il misterioso capo dell’Armata dei sonnambuli, inizia le sue prove generali nel manicomio-arena di Bicetré, dove gli alienati credono di essere Marat o Robespierre. Quando gli uomini perdono la ragione, perché qualcuno li controlla o perché è stato versato troppo sangue, non è più così semplice stabilire se la stessa Parigi assomigli più a un palcoscenico che al cortile di un sanatorio.

Tra la polifonia di voci che animano il libro, emergono tre caratteri, tre eroi imperfetti. Il primo è lo stesso Leo, impulsivo e donnaiolo, che si ritrova a vestire la maschera di Scaramouche, del vendicatore del popolo. Quella che doveva essere una recita utile a riempigli lo stomaco in tempi di crisi, si tramuta in una vera e propria missione quando gli toccherà affrontare gli spettri-sonnambuli che vogliono privare il popolo di ogni libertà. Ad affiancarlo c’è la combattiva Marie, una magliara che ricorda quelle descritte da Dickens ne Le due città: non ha paura di usare i suoi ferri per ferire a morte chi auspica il ritorno dell’Ancien Regime, ma diversamente da Madame Defarge, conserva ancora la sua umanità. Nel corso del dramma dovrà fare i conti, sia con il suo tragico passato, sia con gli stessi rivoluzionari che non sono disposti a concedere un ruolo di primo piano alle donne. L’ultimo protagonista, è Orphee, un allievo di Mesmer, che porta con sé il peso di cicatrici mai rimarginate e che si ritrova a condividere il palcoscenico con Leo e Marie, perché difronte alle marionette dell’Armata dei Sonnambuli diventa chiaro a tutti, indipendentemente dal sesso o dall’estrazione sociale, che niente è più prezioso del libero arbitrio.

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