La città ai confini del cielo

città

Per gli apprendisti di ogni dove – nessuno ci ha detto che l’amore è l’arte più difficile da padroneggiare.

Questa dedica accoglie il lettore sulla soglia del romanzo La città ai confini del cielo di Elif Shafak, come una bussola o uno strumento di misurazione, con cui orientarsi e soppesare le parola che seguiranno. Questa è la storia dell’ apprendistato, lungo una vita, del giovane Jahan. Il ragazzo giunge alla corte del sultano di Istanbul insieme a un elefante bianco, Chota, e che si ritrova a seguire le orme del mastro architetto Sinan. Un’esistenza divisa tra il fascino della creazione, la vertigine di innalzare edifici che puntano verso il cielo, e il dolore di un amore impossibile da costruire, quello per la principessa Mihrimah.

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Penso che in questo libro siano racchiuse due anime, due storie parallele, che, per uno scherzo del destino, vengono alla luce confrontando i due titoli, quello italiano e l’originale, dell’opera: La città ai confini del cielo contro l’Apprendista dell’architetto. Da una parte, abbiamo una sorta di “romanzo bizantino”, con elementi surreali, la classica storia d’amore travagliata, arricchito da meravigliose descrizioni di Istanbul. La città ai confini del cielo è un’esaltazione dell’architettura, dei palazzi che ancora oggi catturano l’occhio del visitatore che giunge nella città affacciata sul Bosforo, come la  moschea Suleimaiye:

Lampade a olio di vetro di Murano e globi di specchio pendevano dai soffitti. Tra loro c’erano uova di struzzo, fragili e squisite, dipinte con gusto, decorate con nappe di seta, appese a ganci di ferro. Minuscole moschee d’avorio erano inserite in globi di vetro che penzolavano qua e là. Al centro c’era un’enorme palla d’oro. Dopo il tramonto, quando le lampade ardevano e gli specchi riflettevano la luce, l’intera moschea sembrava aver inghiottito il sole.

solimano
Photo credits: Wikipedia, Takeaway

La seconda anima, più introspettiva e travagliata, quella dell’Apprendista dell’architetto, si confronta con la questione del male, con la solitudine e l’incapacità di  comprendersi. Jahan sconta sulla sua pelle le trame che animano la vita di palazzo e si rende conto che l’esercizio del potere esige sempre un prezzo. Guarda con ammirazione al suo maestro, ma, allo stesso tempo, si chiede se Sinan non sia troppo assorto dalle sue opere, troppo intento a edificare per rendersi conto delle crepe che si aprono nel cuore dei suoi allievi:

Era divorato da una rabbia profonda (…) per il maestro Sinan, che insensibile ai disastri, continuava a creare un edificio dopo l’altro; per Dio, che consentiva loro di sbagliare e soffrire tanto e si aspettava ancora che lo pregassero grati. Sì, il mondo era bello: di una bellezza che lo infastidiva.

Questa è “l’anima” che mi ha catturata, quella dello Jahan fragile, imperfetto, che si rende conto dei suoi errori, degli anni sprecati, ma che, nonostante tutto, continua a costruire e a sperare nell’amore.

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