Opinioni di un clown

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Un incubo ricorrente, un cerchio che non riesce a chiudersi, un pensiero ossessivo, un gioco che continua all’infinito: queste sono le immagini che mi sono venute in mente mentre leggevo Opinioni di un clown. Il romanzo di Heinrich Böll è un viaggio da incubo in un mondo denso di angosce sotterranee e di ipocrisia.

Hans Schnier, il clown protagonista dell’opera, si ritrova a ripercorrere il suo passato e ritornare ossessivamente su alcuni pensieri, che si rincorrono nella sua anima come cani che cercano di mordersi la coda. Hans è ferito sia nel corpo che nell’animo: si è fatto male a un ginocchio; la critica lo ha stroncato; la donna che amava lo ha lasciato. Questo clown intelligente e cinico,  che ricorda per certi versi Dottor House, si scontra con un mondo che non fa per lui, sorride amaro di fronte a uomini e donne che hanno smarrito il proprio io.

Schnier vive in paese che cerca di ricomporsi, dopo essere andato in pezzi, ma tra tutti i personaggi è l’unico ad aver capito che non si può semplicemente ignorare il passato, è il solo a non cercare di nascondere le cicatrici lasciate dal nazismo. Tutti si affannano a dimenticare i vecchi peccati, a ignorare i posti a tavola rimasti vuoti dopo la guerra, a nascondersi dietro la religione, ostentando una finta morale. Hans non riesce a farlo e per questo è condannato al fallimento, all’isolamento. Avrebbe dovuto rinchiudersi in un manicomio, lontano dalla pazza folla, come lo Zarlino di Palazzeschi. Invece, il clown, triste marionetta che si è tagliata i fili da sola, continua ad osservare, dietro il trucco, dietro il sarcasmo con cui nasconde la sua sofferenza, un mondo grigio, dove chi vuole sopravvivere deve uniformarsi ai precetti che vengono dall’alto. 

Nel romanzo di Heinrich Böll non c’è un giorno dei folli, un carnevale in grado di rovesciare gli equilibri: il mondo è destinato a restare quello che è, non si lascia scalfire dalle critiche di un clown. Schinier, come il Gwinplaine di Hugo, è consapevole delle storture della società in cui vive, ma non ha la possibilità di cambiarla, può solo continuare a restare ai margini, professando il suo dissenso. Le sue parole, i suoi numeri, non raggiungono il pubblico, che continua ad ignorarne il senso. Solo il padre di Hans, coglie un’eco dolorosa del suo messaggio, ma non riesce ad accettare il peso delle proprie responsabilità storiche e morali, responsabilità che non riguardano solo la guerra, ma un intero modo di vivere basato sul mantenimento dell’apparenza ad ogni costo.

Il cerchio non riesce a chiudersi. Hans, per tutta la durata del libro, non potrà fare altro che pensare alla donna che ha lasciato e all’ipocrisia di una società che si nasconde dietro il velo di un finto moralismo, di un cattolicesimo osservante dei precetti ma privo di amore. La sua vita assomiglia al suo gioco prediletto Mensch ärgere Dich nicht (non t’arrabbiare), resta da capire se l’invito sia rivolto, ironicamente al protagonista, o alla ragazza che lo ha abbandonato. Le regole prevedono che si possa “mangiare” il segnalino dell’avversario e costringerlo a rincominciare la partita da capo: Hans viene “mangiato” da una società che non ha spazio per i propri demoni, che vuole dimenticare la sua oscurità, ed è costretto a giocare all’infinito, senza speranza di vittoria.

 

 

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4 pensieri riguardo “Opinioni di un clown

    1. “Tra lama e ferita”: penso che tu abbia racchiuso la sua essenza, con poesia, in un unica frase. In realtà a me succede l’opposto, perché sono una persona fondamentalmente strana :P: ho dei libri che considero dei talismani, di cui rileggo dei passaggi quando devo affrontare dei momenti difficili.

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