L’età dell’innocenza

età

Lo ammetto, ho sviluppato una dipendenza da Minimammut: sono economici, si infilano comodamente in borsa e sono colorati come caramelle. L’età dell’innocenza di Edith Wharton mi ha conquistata grazie alla copertina su cui ammicca un’elegante lady, l’autrice, con un abito rosso fiammante.

Il colore della passione ha a che fare con la vicenda narrata: l’amore tormentato tra la bella Ellen Olenska e Newland Archer. Un sentimento che sboccia come un fiore esotico, in una New York regolata da consuetudini ferree, oserei dire puritane, ma che è destinato ad appassire in mezzo al deserto emotivo di una società dove ad averla vinta sono l’ipocrisia e il rispetto formale delle regole. Newland, che sta per sposarsi con la giovane May, non si rende conto di aver vissuto tutta la sua esistenza in una gabbia, in una rigida griglia formata dalle strade in cui abitano le famiglie “bene” della Grande Mela, finché non incontra la cugina della sua promessa: una donna che ha sfidato le convenzioni dell’epoca abbandonando il marito.

Archer inizia a mettere in dubbio le norme opportunistiche che regolano il suo mondo, un mondo in cui tutto deve essere perfetto: un universo in cui scandali e tradimenti vengono occultati dietro linde facciate di cartapesta, dietro maschere tutte uguali le une alle altre. Bisogna conformarsi agli altri, non dimenticare mai le buone maniere e attenersi ai precetti che vengono trasmessi di generazione in generazione anche a costo di diventare dei “pupazetti”:

-Newland! Quanto sei originale-, disse lei in tono esultante.

Si sentì mancare il cuore, perché si accorgeva di dire tutto ciò che i giovanotti avrebbero presumibilmente detto in circostanze analoghe, e che lei dava le risposte che le erano state insegnate dall’istinto e dalla tradizione, addirittura fino al punto da chiamarlo originale.

-Originale! Siamo tutti uguali tra di noi, come quei pupazetti ritagliati dallo stesso foglio di carta piegato. Siamo come motivi stampinati sul muro (…)-

Raccontando la vicenda di Ellen, una donna caduta in disgrazia solo perché ha cercato di sfuggire a un matrimonio infelice, Edith Wharton denuncia le storture di un mondo in cui non è possibile rivendicare la propria libertà. Le donne tendono a diventare delle semplici bambole prive di opinioni, che si attengono alla parte che hanno imparato sin da piccole: quella di mogli e madri devote, pronte a sacrificare chiunque si discosti dalla Tradizione. La stessa May Welland appare più come una carnefice, pronta a rinchiudere Newland nella gabbia che è stata preparata per lui dalla New York “bene”, che come la vittima di un tradimento:

Ora May stava semplicemente maturando, trasformandosi in una un fac-simile della madre e misteriosamente, attendendosi allo stesso procedimento, stava cercando di trasformare lui in un secondo signor Welland. Posò il libro e si alzò, preso da irrequietezza, e subito lei sollevò la testa. -Che c’è?-

-In questa stanza si soffoca: ho bisogno di un po’ d’aria. (…)

Il semplice fatto di non guardare May, seduta accanto  al suo scrittoio, sotto la lampada, il fatto di vedere altre case, tetti, comignoli, di avere la sensazione che esistessero altre vite oltre alla sua, altre città oltre a New York e un interi mondo oltre al suo, gli liberava la mente e lo faceva respirare meglio.

Peccato che quella finestra sia destinata a chiudersi insieme al bocciolo di un amore destinato a rimanere una possibilità, un effimero sogno.

 

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3 pensieri riguardo “L’età dell’innocenza

    1. No sembra molto interessante, lo aggiungo alla mia “wish list” dove c’è anche “Dell’amore e di altri demoni”, che devo ancora recuperare. Ho una serie di “consigli di blogger” da recuperare 😉 ma prima o poi riuscirò a leggerli tutti! Grazie mille per il consiglio.

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