Il palazzo degli specchi

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Questo libro è un viaggio, nella storia e nell’animo umano. Si apre con una mappa, su cui poter seguire le peregrinazioni dei personaggi, pedine incalzate dal flusso della storia, che si spostano tra India, Birmania e Malesia.

Ne Il Palazzo degli specchi Amitav Ghosh ricostruisce un albero genealogico, tracciando un arco temporale di circa cento anni. Ogni nodo, ogni ramo è un incontro con uomini e donne che hanno vissuto dei “momenti fatali”: dalla caduta del re di Mandalay, all’avvento della “non violenza” di Gandhi, dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, agli incontri sotto le finestre di Aung San Kyi.

Il ceppo da cui si diparte l’albero è Rajkumar. La sua storia inizia come un classico film romantico: si innamora a priva vista della bellissima Dolly e continua a sognarla sinché non riesce a sposarla. Le premesse per un romanzo rosa ci sono eccome, ma Amitav Gosh non vuole raccontarci una bella favoletta: Rajkumar è un uomo dalle molte ombre, segnato dal lutto. L’albero a cui dà origine, insieme a sua moglie, è destinato ad attraversare delle tempeste a venire colpito da più di un fulmine. Mentre narra la storia di una famiglia e dei legami che essa intreccia, Gosh mette in scena il dramma del colonialismo, il problema dell’identità del popolo indiano, diviso tra la lealtà ai vecchi dominatori e il desiderio d’indipendenza.

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Mandalay Palace (source: Wikipedia: By Klier Philip Adolphe)

Ogni personaggio ci fornisce un punto di vista, uno specchio che ci permette di riflettere su quegli anni drammatici. Ognuno di loro deve prendere coscienza di sé e adattarsi a un mondo che sta cambiando rapidamente. Ad incarnare il bisogno di studiare la realtà è soprattutto Dinu, uno dei figli di Rajkumar: è appassionato di fotografia ed è capace di comprendere il mondo in cui vive meglio di molti altri suoi parenti. Al giovane fotografo, dalla salute cagionevole e scontroso, si oppone Arjun, un ragazzo forte ed estroverso, che combatte nell’esercito anglo-indiano:

Lui (Dinu) preferiva starsene da solo. Anche con i più stretti dei suoi pochi amici c’era sempre un margine di diffidenza. Proprio per questo traeva tante soddisfazioni dalla fotografia. Non c’era luogo più solitario di una camera oscura (…).
Arjun, d’altra parte, sembrava trovare immensa soddisfazione nel lavorare ai dettagli di piani stabiliti da altri – non necessariamente persone, anche manuali di procedura.

L’ombroso Dinu, attraverso il suo obiettivo, è capace di osservare la realtà, anche se ha dei problemi a relazionarsi con gli altri. La sua chiarezza di visione gli permette di cogliere più facilmente le contraddizioni del colonialismo. Invece, Arjun è un “vaso d’argilla” che è stato formato all’interno dell’esercito: è abituato a considerare normale un sistema che gli è stato imposto da altri, dall’alto. Solo la guerra lo porterà ad aprire gli occhi, ad avere una tragica presa di coscienza:

Cercò di formulare mentalmente quelle domande e si rese conto di non conoscere le parole giuste in indostano; non sapeva neppure con quale tono di voce si potessero fare simili domande. (…) C’era qualcosa di goffo, addirittura poco virile, nel desiderio di sapere cosa ci fosse nella propria testa (…) Com’era possibile? Forse perché nessuno aveva insegnato loro le parole? O perché non erano abbastanza vecchi per sapere? L’idea di non possedere i più elementari strumenti di conoscenza di sé, di non avere uno spiraglio attraverso cui guardarsi dentro, lo faceva sentire menomato.

Il palazzo degli specchi restituisce al lettore non solo un mirabile affresco storico, ma anche uno specchio con cui guardare dentro di sé per riconoscere l’importanza dell’introspezione e della capacità di osservare il mondo da più di un punto di vista.

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