Mentre Torino dorme

tori

La città due anime, due volti che si mostrano solo a chi la conosce davvero. Dietro i palazzi, dietro le facciate eleganti progettate da Juvarra, si celano esistenze sotterranee, traffici di anime e di denaro. In Mentre Torino dorme, Fabio Beccacini mette in scena una metropoli inquieta, che non rassicura, un palco nero e spietato, illuminato da qualche lieve bagliore di neve:

In qualche modo quella poesia gli aveva portato uno sprazzo di bellezza che prese a confonderlo. Torino era in ogni respiro. A ogni metro, come un’influenza passava di bocca in bocca ammalando la gente. Doveva esserci un fantasma che danzava nella notte, abbracciava le relazioni facili, i momenti intimi, li inventava sul canovaccio di un antiquato libretto d’opera che faceva sussultare vecchi melomani con i fazzoletti ricamati.

Lo scrittore, come un chirurgo che esegue un’autopsia, si fa strada, con il bisturi spietato di una scrittura secca, non elegante, ma ruvida come il gergo parlato in strada, nei meandri oscuri di Torino. Il suo detective, Paludi, si ritrova invischiato in un caso intricato, in un’indagine di cui non sarebbe possibile seguire il filo nemmeno mettendosi davanti a una mappa e collegando con filo e puntine ogni singolo indizio. Una scia di bianca neve, e non di quella che scende dal cielo, lega tra loro menti criminali pronte a spartirsi il controllo della città. Una striscia bianca di coca e rossa di sangue versato: una linea che il commissario deve spezzare, ricomponendo il puzzle.

Paludi non dovrebbe preoccuparsi solo delle indagini, ma anche del suo cuore malandato, che soffre per la nostalgia di amori perduti, di affetti che hanno lasciato posto alla solitudine:

(…) Soltanto i più forti sanno fare i conti con la solitudine, gli altri la riempiono con chiunque. (…) Il problema è che con la solitudine io ci faccio a botte, e me le prendo di santa ragione.

È la maledizione di chi convive con il male, di chi sa quanto schifo può celarsi sotto il tappetto: il segno distintivo di ogni bravo detective. Il marchio di Caino, che ironia, che contraddistingue i poliziotti che, come l’Harry Hole di Nesbo, continuano ad affrontare una battaglia che sembra ogni giorno più difficile, calandosi nel cuore di tenebra delle metropoli.

Povero Paludi hai lasciato Genova, città “amante perversa”, che ti ricatta con oscuri segreti, per ritrovarti in una Torino non meno impregnata di sesso e di criminalità, in una città che osservi con il tuo sguardo ligure, che racconti con la tua parlata che sa di pesto. Non lo sapevi che l’amore si vende al grammo, anche sotto la Mole, mentre le donne, vittime e carnefici, fanno girare la testa agli uomini con il loro profumo? L’attrazione diventa un gioco fatale, una ricerca disperata dell’altro, di un corpo da stringere. Il sesso confonde le idee, annebbia il giudizio e si lega, in una danza macabra, a morte e follia. Bellezze dell’est dalle labbra rosse invadono la notte, giocano con il fuoco e con la disperazione, mentre la dama bianca, che dà assuefazione, balla con loro; intanto la neve continua a cadere sulla città che dorme.

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