Ancóra

ancora

Ripetuti pugni allo stomaco, l’oscurità di una cisterna sotterranea e di un’anima, una rana di carta che si trasforma in una guida spirituale: sono alcuni tra gli ingredienti di Ancóra, un romanzo che si legge come in preda a una febbre, cercando una via di fuga, l’uscita dall’inferno.

Hakan Günday affida la narrazione alla voce di Gază, genio tormentato e manipolatore, carceriere e carcerato. Figlio di un padre-padrone e assassino che gli ha riempito la mente di terra e segreti, di tenebre: della materia di cui è fatta la cisterna-prigione in cui rinchiude i migranti clandestini che consegnerà nelle mani degli schiavisti. Gază viene manipolato da questo spregiudicato trafficante di uomini e impara a sua volta a manipolare gli altri. Osserva con occhio clinico e spietato l’umanità che si affolla sotto i suoi piedi, in cerca di salvezza, di una redenzione da trovare in un’altra terra:

Pensi che la gente di là stia ad aspettarti per accoglierti a braccia aperte? Imbecille! Nel posto in cui vuoi andare non vali niente. Lo capisci? Proprio niente!

Gază non riesce a capire la speranza che anima quei disperati, ma è impressionato dalla loro cieca ostinazione. Attraverso il suo sguardo, Günday racconta da un punto di vista inedito il dramma dei migranti obbligando il lettore a entrare nelle loro menti, ad attraversare con loro un tratto d’inferno. La rotta che il protagonista delinea di pagina in pagina, non è solo un percorso all’interno della sua psiche distrutta da abusi fisici e psicologici, ma anche un viaggio a ritroso lungo la via dei clandestini, sino alla sua sorgente.

Lo scrittore si rifà a modelli classici, dai romanzi di formazione e di avventura come Robinson Crusoe, ai racconti di Poe animati da personaggi che sottopongono al lettore l’insostenibile confessione della propria “perversione”, ma, allo stesso tempo, li rinnova dall’interno. Nella prima parte del romanzo, Günday sembra trasformare la colonna dei danni/ricavi con cui Crusoe analizza la sua situazione dopo il naufragio in uno spartito di pensieri/parole:

“Pronto, Aruz amca?”
“Sono io, Felat!”
L’ansia mi rendeva sordo                                   “Cosa?”
“Gază, sono Felat!”

La forza di Ancóra, che ti spinge a voltare una pagina e poi ancora un’altra, risiede anche nella capacità di Günday di trasformare la parola in immagine. Non a caso, ogni sezione del romanzo è dedicata a una particolare tecnica pittorica:

SFUMATO
Una delle quattro tecniche fondamentali della pittura rinascimentale. Indica una sfumatura ombreggiata che consente di fondere impercettibilmente le tinte e i colori rendendo indistinguibili i contorni. Viene usato perlopiù nelle confluenze di luce ombra.

Ogni tappa del viaggio infernale che Gază compie, per uscire a rivedere le stelle, per riconquistare la sua umanità, per liberarsi del peso dei suoi peccati e di quelli di suo padre, si trasforma in un quadro. Quelle immagini si imprimono nella mente del lettore che segue il protagonista e Cuma, voce interiore a metà tra un novello Venerdì e un Virgilio assassinato, sino all’ultimo grandioso affresco.

Annunci

Un pensiero riguardo “Ancóra

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...