Leggere Lolita a Teheran

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I lettori nascono liberi e liberi devono rimanere (Nabokov)

Leggere Lolita a Teheran è una dichiarazione d’amore alla lettura, alla sua capacità di resistenza: le parole muovo le coscienze e diventano una spina nel fianco per chi vorrebbe controllare le menti e i cuori dei suoi sudditi. Azar Nafisi schiera il potere dell’immaginazione contro la dittatura, contro gli orrori scaturiti dalla rivoluzione di Khomeini. La scrittrice mette su carta la storia tormentata della sua città, le incertezze e le passioni di chi ha visto scomparire di giorno in giorno la sua libertà.

Nafisi ha creato un club letterario in mezzo al caos e alla repressione. Ha opposto al colore nero dei burqua, dei veli che stavano trasformando le donne in “buchi neri”, in assenza, il nero ricco di vita e significato dell’inchiostro. Ha condiviso con un gruppo di allieve la sua passione per autori immortali, ma banditi dal regime, perché sapeva che tra le pagine si cela la chiave per mantenere la propria individualità, la propria libertà di pensiero e la capacità di trascendere i limiti del presente:

Tutte le grandi opere di narrativa, per quanto cupa sia la realtà che descrivono, hanno in sé il nocciolo di una rivolta, l’affermazione della vita contro la sua stessa precarietà.. Ma è nel modo in cui l’autore racconta la realtà, e ne acquisisce il controllo, dando origine a un mondo nuovo, che questa rivolta prende forza: tutte le grandi opere d’arte, avrei dichiarato con solennità, celebrano l’insubordinazione contro i tradimenti, gli orrori e i tranelli della vita.

Tutte le grandi opere sono problematiche, muovono qualcosa nei cervelli e nei cuori di chi le legge. Succede lo stesso con Leggere Lolita a Teheran che ci invita a riflettere sull’importanza della libertà, su quanto siano fragili le basi su cui si fonda: il mondo di Azar è stato sconvolto da una rivoluzione che si è trasformata in una prigione soffocante. All’improvviso, il velo è diventato un “pezzo di stoffa” da imporre con la forza, invece di un simbolo, di una libera scelta di fede. Le ragazze con cui si è confrontata la scrittrice si sono improvvisamente trovate rinchiuse in una prigione, una gabbia che aveva la sua radice nel loro sesso, nei loro corpi: viene da chiedersi perché i rivoluzionari avessero tanta paura della sensualità, della femminilità.

Mentre sfogliamo le pagine, siamo costretti a scrutare nell’abisso, a calarci nel vortice di orrore che ha attanagliato l’Iran e a porci interrogativi scomodi: ci chiediamo se in una situazione simile saremmo rimasti o saremmo fuggiti, se avremmo provato a resistere, a sperare nel nostro paese o se lo avremmo abbandonato. All’inizio è sin troppo facile pensare che restare sia una scelta stupida, ma proseguendo la lettura non si può che chinare la testa di fronte al coraggio di chi ha provato a continuare una sua forma di “resistenza”.

Azar Nafisi ci mette di fronte non solo a un “memoriale” degli anni difficili che ha attraversato, ma anche a un saggio sulla letteratura. Ogni sezione del libro è dedicata a un grande classico ed è una vera e propria guida alla lettura: viene spontaneo compilare una lista di titoli e ripromettersi di cercare quelli che mancano alla propria collezione. Ognuna delle storie scelte è accomunata da protagonisti che si confrontano/scontrano con la società, con i limiti di propri sogni e che rivendicano, anche a costo della vita, la loro libertà. Sono tutti, a modo loro, dei testi “rivoluzionari”, degli esempi a cui guardare. Mi piacerebbe aggiungere un altro titolo, per chiudere il cerchio: Persepolis.

 

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