Dirk Gently, agenzia investigativa olistica

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Tutto è connesso. Specialmente se siete lettori e nerd. Finalmente, con colpevole ritardo, ho visto la prima stagione di Dirk Gently, agenzia di investigazione olistica. Una serie ispirata dalle opere di Douglas Adams, lo scrittore prediletto da mio papà. Sono cresciuta sentendo parlare di Vogon, di autostoppisti galattici e, poi, di divinità nordiche spaesate e di monaci elettrici. Credo che la mia passione per Doctor Who e per i detective improbabili sia in parte genetica.

Prima di parlavi dell’adattamento televisivo, che è fedele all’originale più nello spirito che nei contenuti, devo fare un salto indietro, per darvi un’idea del Dirk Gently letterario. Giusto in caso non abbiate passato la vostra infanzia sentendo nominare i libri di Adams almeno una volta a settimana (ti voglio bene lo stesso pa’ e poi anche io parlo per ore dei miei autori preferiti).

Dirk Gently, agenzia investigativa olistica: il romanzo.

Partiamo dalle origini, dal primo libro dedicato a questo bizzarro detective. Tutto ha inizio in un classico college inglese, turrito e pieno di vecchi professori barbosi. State già iniziando a sbadigliare? Aspettate: devo rivelarvi che tra questi eminenti studiosi si nasconde un Dottore piuttosto speciale. Dottore chi? Il professor Cronotis, che renderà felici tutti gli appassionati di una certa serie televisiva. La sua presenza, all’interno dell’istituto, è destinata a scatenare una imprevedibile serie di eventi, tra cui la misteriosa apparizione di un cavallo in un bagno. Il tutto potrebbe culminare in una simpatica apocalisse. Giusto per movimentare un po’ la situazione.

L’eroe imperfetto a cui tocca tirare insieme le fila della trama è forse il peggior detective di sempre: Dirk Gently. Dietro questo pseudonimo, si nasconde Svlad Cjelli, un uomo che ha avuto dei problemi con la giustizia a causa delle sue capacità “olistiche” e sensitive:

«Nessun investigatore privato ha l’aria dell’investigatore privato. Questa è una delle regole fondamentali dell’investigazione privata.»
«Ma se nessun investigatore privato ha l’aria dell’investigatore privato, come fa l’investigatore privato a sapere che aria non deve avere? A me pare che qui nasca un problema.»
«Sì, ma non così grosso da tenermi sveglio la notte» ribatte Dirk esasperato. «Comunque, io non sono come gli altri investigatori privati. I miei metodi sono olistici e, nel senso proprio della parola, caotici. Io opero investigando la fondamentale interconnessione tra tutte le cose.»

Dirk ha tutte le carte in regola per essere un imbroglione e un poco di buono: non paga la sua segretaria e non pulisce mai il suo frigo. Eppure, le sue strane doti gli permettono di comprendere che sta per accadere qualcosa di sconvolgente e di compiere brillanti deduzioni. Peccato che, nel frattempo, non riesca a resistere all’impulso di far gettare qualcuno in un canale o di eseguire giochi di prestigio di dubbio gusto.

Preso nel mezzo, tra le bizzarrie di Cronotis e quelle di Gently, c’è il povero Richard, un programmatore, che avrebbe preferito continuare a preoccuparsi della sua vita sentimentale e del suo divano: quel mobile si ostina a rimanere incastrato in una rampa di scale e non sembra disposto a entrare in salotto. Per l’informatico non sarà facile ritrovarsi ad essere l’anello di congiunzione tra le personalità eccentriche del professore e del detective.

Dietro tutte le assurdità narrate da Adams si celano riflessioni più profonde, come quelle sulla fede, incarnate dalla figura, solo in apparenza demenziale, del letale Monaco Elettrico. Non mancano nemmeno i riferimenti letterari: Samuel Coleridge gioca un ruolo di tutto rispetto nella trama. Sta al lettore decidere se abbandonarsi alla follia, al nonsense o mantenere uno sguardo più critico.

Questo surreale romanzo e il suo seguito, La lunga oscura pausa caffè dell’anima, hanno dato origine al mito del detective olistico che risolve con discutibile efficienza i suoi casi. La Bbc lo ha portato sul piccolo schermo nel 2010. In seguito, Dirk ha lasciato l’Inghilterra per approdare in America con una serie di fumetti e poi con la serie tv del 2016.

Dirk Gently: la serie di Max Landis


Lo ammetto, mi sono data al binge watching: ho guardato otto puntate in due giorni. Perché i personaggi di questa serie mi hanno conquistata. Sono tutti strani, un po’ matti, dei veri e propri freaks. Sono tessere di un mosaico più grande che ritrovano la loro ragione d’essere, il loro senso solo nel momento in cui si incontrano, in cui realizzano di essere connesse.

Il primo a entrare in scena è Todd “I am not your Watson, asshole!” Brotzman (Frodo, ehm, Elijah Wood) lo sfigatissimo e squattrinato fattorino di un hotel. Nel primo episodio gli succede di tutto: si ritrova coinvolto nel truculento e misterioso assassinio del magnate Patrick Spring, ha una visione di sé stesso in abiti discutibile, viene licenziato e uno sconosciuto si introduce in casa sua. Ovviamente, il tizio che piomba nell’appartamento di Todd è Dirk, alla ricerca di un assistente che lo aiuti a scoprire chi ha ucciso Spring e che fine ha fatto la figlia adolescente del milionario.

Però, il galoppino non è intenzionato a diventare un novello Watson: non vuole avere nulla a che fare con morti misteriose e strani investigatori. Come vuole la migliore tradizione, finirà con l’averci molto a che fare, anche se rimarrà una spalla sui generis. A differenza del buon dottore o di Hastings, Brotzman ha più di uno scheletro nell’armadio. L’incontro con l’investigatore, lo obbligherà a fare i conti con il suo passato e a diventare, suo malgrado, una persona migliore.

Il detective (Samuel Barnett , l’adorabile Millais di Disperatamente romantici) in questa versione è molto più fragile rispetto alla sua controparte letteraria. Dietro i suoi modi eccentrici e le sue giacche vistose, si nascondono tante insicurezze. La sua “visione olistica” della realtà lo spinge a indagare, a mettere insieme indizi nel suo “neurotico cottage mentale” e a affrontare situazioni spaventose. Vendendo il suo faccino spaventato viene da chiedersi come sia riuscito a uscire indenne dalle sue precedenti avventure. Sembra non riuscire a trovare nemmeno un indizio, nemmeno una risposta, almeno sinché non incomincia ad ingranare la marcia. Allora, lo spettatore avverte puzza di bruciato e non è quella della casa a cui Gently ha per sbaglio dato fuoco.

Attorno a questo duo, a questi tipi sani di mente, che fanno cose normalissime, si raduna una folla di personaggi problematici: da Farah Black una “badass girl”, un filino paranoica, a Bart Curlish, un’assassina olistica, convinta che l’universo guidi le sue azioni. A fine stagione, dopo incontri e scontri imprevedibili, si formeranno strane alleanze e amicizie sorprendenti: ognuno, almeno sino al devastante cliffhanger finale, troverà il suo posto nell’ordine delle cose.

Questa serie non ricalca fedelmente le trame di Douglas Adams, anche se non manca qualche strizzata d’occhio ai romanzi, ma tiene vede allo spirito delle opere dell’autore: alla sua volontà di stupire e deliziare il lettore con meccanismi narrativi surreali e intricati. Richiede un atto di fede, come quello necessario ad accettare che uno strano uomo vada in giro nello spazio in una cabina blu del telefono. Tutti i nodi ingarbugliati, tutti gli assurdi avvenimenti che fanno venire voglia allo spettatore di mettersi a urlare ma cosa diavolo sta succedendo?, verranno al pettine. Basta avere fede in Dirk Gently.

(Articolo del 2016, aggiornato con discutibile efficienza.)

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