Io sono Jonathan Scrivener

scrivener

Un giovane insoddisfatto della sua occupazione, solitario e costretto a rifugiarsi tra i libri per sopravvivere alla grigia realtà si trova di fronte a un’opportunità insperata: un annuncio in cui si offre un posto da segretario nella città di Londra. Questa è la premessa da cui si sviluppa la trama di Io sono Jonathan Scrivener, romanzo psicologico di Claude Houghton.

James Wrexham, il protagonista, non perde tempo: prepara subito una lettera da inviare al suo possibile datore di lavoro. Un documento di cui il lettore non conoscerà il contenuto sino alla fine del romanzo, perché in quello scritto si cela l’anima di Wrexham e la chiave per risolvere il grande enigma rappresentato dal suo destinatario: Jonathan Scrivener. James ottiene l’incarico, ma non riesce a incontrare il misterioso signor Scrivener: l’uomo è partito, lasciandogli in custodia la sua casa e i suoi libri.

Wrexham decide di non tirarsi indietro, ignorando tutto quello che avrebbe dovuto imparare dalle sue letture: in molti romanzi giovani sprovveduti vengono irretiti da annunci poco chiari e finiscono col ritrovarsi in un mare di guai. Il suo desiderio di cominciare una nuova vita, di passare dall’essere uno spettatore passivo all’essere un protagonista, è troppo forte, tanto da spingerlo nel cuore di una metropoli, che dopo la Grande Guerra, appare più che mai instabile e minacciosa. La Londra descritta da Claude Houghton è una città divisa tra passato e modernità, tra tradizione e innovazione, in cui si aggirano donne fatali e uomini distrutti dal conflitto.

Lo studio di Jonathan Scrivener diventa un polo di attrazione per le anime inquiete che popolano la metropoli. Personaggi che entrano all’improvviso nella vita di James, domandando di poter incontrare il padrone di casa:

Se questo fosse un romanzo, il mio compito sarebbe relativamente semplice. Immagino che la maggior parte dei romanzieri introducano ogni personaggio a un determinato punto della narrazione; che facciano venir fuori la loro psicologia attraverso un contesto e delle circostante ben combinati; che poi dispongano gli elementi in modo che ogni pezzo del puzzle si incastri al suo posto nel preciso istante in cui la storia volge al culmine alla fine. Ma io non ho questa libertà. Io devo riportare gli eventi così come si svolsero (…).

Dice James a proposito delle improvvise entrate in scena dei suoi ospiti. Ma chi sono questi visitatori? Sono personaggi che purtroppo, a tratti, assomigliano alle figurine del Cluedo, sono più dei ruoli e stereotipi che degli individui veri e propri, sono possibili indizi per ricostruire la personalità di Scrivener: una donna fatale ricca e letale come un fiore velenoso, una giovane angelica, un ubriacone misogino e disilluso, un dandy alla ricerca di facili guadagni.

I personaggi del romanzo sono elementi chimici che dovrebbero generare una reazione, far salire la tensione. Però, durante la lettura, non ho sentito una vera urgenza di scoprire l’animo del padrone di casa né di comprendere perché avesse predisposto l’incontro tra James e il quartetto. Non ho mai avvertito il livello di deliziosa e quasi insostenibile ansia che sanno generare autori come Lemaitre e King. Ho continuato a sfogliare il libro aspettandomi clamorosi colpi di scena, ma mi sbagliavo: la partita di Houghton si svolge tutta su un piano interiore, psicologico. Io sono Jonathan Scrivener non è tanto un thriller quanto una riflessione sulla differenza tra l‘essere e l’apparire, sulle maschere che indossiamo davanti agli altri, sui sogni infranti e sulle disillusioni:

Due uomini e due donne mi avevano confidato le loro più intime impressioni su Scrivener. Ognuno di loro mi aveva descritto una persona diversa.

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