Una città o l’altra. Viaggi in Europa

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In Una città o l’altra, lo scrittore di viaggi Bill Bryson racconta il suo scanzonato, dissacrante ed esilarante Gran Tour. Una peregrinazione senza regole, senza tappe prefissate o alberghi prenotati nell’Europa pre-euro e pre Booking.com. Sembra quasi un’altra era.


L’humour di Bryson e il racconto delle sue peripezie ricordano le disavventure dei Tre uomini a zonzo di Jerome, mentre alcune descrizioni politicamente scorrette fanno pensare alle visite sul continente del vecchio team di Top Gear. Lo scrittore racconta l’Europa attraverso gli occhi dell’altro, di un americano, trapiantato in Inghilterra. La Manica rappresenta una frattura, una soglia che lo fa sentire un turista, un diverso:

Volevo sentirmi confuso e affascinato, sperimentare l’infinita incantevole diversità di un continente dove può capitare di salire su un treno e di ritrovarsi un’ora dopo in un luogo in cui gli abitanti parlano una lingua diversa, mangiano cibi diversi, hanno orari di lavoro diversi, vivono vite che sono al contempo tanto differenti e stranamente familiari.

Saltando da una parte all’altra della cartina, Bryson annota impietosamente pregi e difetti delle capitali europee da Oslo a Istanbul. I pregiudizi si sprecano; il povero lettore sorride, ma si sente subito in colpa e inizia a temere che alcuni stereotipi possano avere qualcosa a che fare con la Brexit:

Sto citando da The Grand Tuor di Christopher Hibbet, un libro che ha l’enorme pregio di sottolineare come i popoli d’Europa si mantengano da almeno trecento anni fedeli ai loro stereotipi. Già nel sedicesimo secolo i viaggiatori descrivevano gli italiani come volubili, inaffidabili e irrimediabilmente corrotti, i tedeschi come ingordi (…)

E così via. Noi non ne usciamo benissimo: forse è per questo che i capitoli dedicati all’Italia non sono stati pubblicati nella prima edizione italiana del volume. Però, nonostante tutto, il fascino di luoghi come Capri sopravvive alle frecciatine. Questo è un libro che non punta tanto a celebrare il fasto dell’Europa, o a proporsi come una guida di viaggio, anche se non mancano alcune descrizioni sapienti; piuttosto, è una celebrazione del caos e dell’imperfezione che rendono problematico, ma anche affascinante, il nostro continente.

Bryson è brutalmente onesto, non solo nei confronti dei luoghi visitati, ma anche nel narrare l’esperienza del turista. Intrattiene il lettore con aneddoti di situazioni imbarazzanti, di incomprensioni causate da barriere linguistiche, di incidenti in cui può incappare anche il pellegrino più navigato. Alla fine, si prova il desiderio di partire, anche in solitaria, e si può persino sorridere al ricordo dei disguidi che, di sicuro, sono capitati a chiunque di noi si sia messo in viaggio:

(…) la signorina della biglietteria mi spiegò che non le risultava alcuna prenotazione a mio nome. (…) -Dev’esserci un errore. La prego, controlli ancora.
La ragazza esaminò la lista passeggeri. -No signor Bryson, il suo nome non c’è.
Ma io lo vedevo, anche se a testa in giù. -Eccolo lì, il secondo partendo dal basso.
-No- stabilì la ragazza, -Lì c’è scritto Bernt Bjorson. È un nome norvegese.
(…) -Se questo Bernt Bjorson non si fa vivo, posso prendere il suo posto?
-Sicuro.

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