La vita sognata di Ernesto G.

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Joseph Kaplan, il protagonista de La vita sognata di Ernesto G., ha ricevuto un nome che sembra racchiudere in sé un destino infausto. La sua vita, che si sviluppa nell’arco di un secolo segnato da due grandi guerre e dal crollo di imperi e ideologie, è un susseguirsi di illusioni spezzate, di drammi interiori che rispecchiano il tormentato ‘900.

Strano personaggio Kaplan, un uomo di scienza, rigoroso, che sembra sfuggire al lettore . Si ha l’impressione che una cortina ci separi dai suoi pensieri più intimi, mentre si allontana dalla sua natia Praga per raggiungere Algeri. Resta difficile da decifrare sinché la persecuzione contro gli ebrei lo spinge a ritirarsi in uno sperduto villaggio africano e a rivelarci, attraverso i suoi appunti, la sua essenza, le sue inquietudini:

Alla fine, mi ritrovo come il mio omonimo del Processo, intrappolato in un mondo logico e incomprensibile. Mi domando quale intelletto lo organizza e quale logica lo amministra. E perdo le forze e la vita a cercare di fare la domanda giusta, quella che otterrà una risposta, perché, per tutte le altre che mi tormentano, non c’è n’è alcuna.

Il film della sua esistenza scorre in un mondo inquietante, quello del nostro recente passato in cui tutti cercano di aggrapparsi a un qualche ideale, rischiando di venirne schiacciati. La solitudine ha temprato Kaplan, l’ha portato a passare da una visione del mondo in bianco e nero a una più profonda, più sfumata; ma, sfortunatamente, non a tutti è concessa una simile chiarezza di percezione. Basta pensare a Christine, la donna di cui Joseph si innamora: fervente femminista, ma intrappolata in una relazione tossica. Pensa di essere libera, di poter rifiutare di incarnare il classico ruolo di moglie e madre sottomessa, senza rendersi conto di stare pagando un prezzo altissimo, che distruggerà il suo equilibrio psichico.

Cambio di scena: Joseph ritorna a Praga; la storia fa il suo corso; sulla città cala una cortina di ferro. A questo punto, finalmente, entra in scena Ernesto G. spiazzando il lettore, che si domanda perché l’autore del romanzo, Jean-Michel Guenassia, abbia aspettato il secondo tempo per porgergli la battuta. Probabilmente, lo ha fatto per darci la possibilità di guardare il mondo logico e incomprensibile sia attraverso il punto di vista di Kaplan, che si ritrova in una città sin troppo simile a quella descritta ne Il processo, sia con gli occhi del celebre rivoluzionario. Entrambi hanno visto corrompersi ideologie che credevano pure, hanno guardato la morte in faccia: uno ha scelto di provare a curare gli uomini, di lasciarsi consolare dalla voce di velluto di Gardel; l’altro ha imbracciato un fucile, ma si è reso conto di aver combattuto invano.

Guenassia ha creato un romanzo che ricorda la nouvelle vague ceca, un film in cui si racconta la storia di un secolo, invitandoci a leggere tra le righe e ad osservare la distruzione sistematica degli individui, le idee più belle calpestate, la menzogna e la viltà erette a principi di una società raggelata (…)Questo libro farà risuonare più di un campanello d’allarme nel vostro subconscio: non siamo ancora usciti dal tunnel di quel mondo logico e incomprensibile; il castello incombe ancora su di noi.

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