Dietro la nebbia

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Edimburgo come Gotham City: la città descritta nei romanzi di Ian Rankin è una capitale del crimine. Dietro ogni facciata si nascondono segreti che sarebbe meglio non rivelare.

Ho scelto Dietro la nebbia, perché leggendo la quarta di copertina, sono subito rimasta colpita dal nome del protagonista, John Rebus: credevo di stare per incontrare la versione “buona” di Edward Nygma. Invece mi sbagliavo: Rebus assomiglia molto di più a Marlowe o a Harry Hole. L’eroe di Rankin è un uomo che si è trovato, troppe volte, a faccia a faccia con il lato peggiore dell’umanità e che si sente sempre più tentato dal richiamo della bottiglia. I criminali gli sono più vicini della sua famiglia e dei suoi stessi colleghi che, specialmente quando si trovano ai piani alti, non riescono a condividere i suoi metodi d’investigazione e la tenacia con cui cerca di dipanare ogni groviglio, ogni caso, senza curarsi di rispettare formalità e gerarchie.

In Dietro la nebbia, il detective si trova alle prese con un mistero che sembra affondare nelle viscere stesse di Edimburgo, nella sua natura politica e storica: uno scheletro è stato ritrovato durante i restauri di Queensberry House, la futura sede del Parlamento. Poco dopo, un politico viene ucciso nei pressi della proprietà, gettando un’altra ombra sulla costruzione. Rebus è convinto che esista un legame tra le due morti e che anche il suicidio di uno strano senzatetto possa ricollegarsi ai fatti di sangue avvenuti a Queensberry House. Nonostante lo scetticismo che lo circonda, è convinto di poter trasformare tre singoli casi in tasselli di un unico mistero più grande. Rebus dovrà risolvere un complicato puzzle, senza dimenticarsi di tenere d’occhio i suoi stessi colleghi e il “signore del crimine” di Edimburgo, una sua vecchia conoscenza, che ha appena fatto ritorno in città.

All’inizio ho cercato di seguire John Rebus, di affezionarmi al suo personaggio, ma non ci sono riuscita: questo non è il primo romanzo dedicato al detective e Ian Rankin, a differenza di altri scrittori, non sembra propenso a ripetersi, a soffermarsi a lungo sul passato del suo personaggio; Rebus mi ha ricordato troppo altri investigatori, cupi, semi-alcolizzati, ironici, insomma, non mi ha trasmesso una sua unicità. A conquistarmi, nel bene e nel male, sono stati due sue colleghi: Siobhan Clarke e Derek Linford. Siobhan è una poliziotta condivide la stessa caparbietà di Rebus, ma che nasconde una grande fragilità: è preda della solitudine e delle ombre che il suo lavoro nella le ha lasciato addosso, specialmente nei giorni in cui si è dovuta occupare di vittime di violenze sessuali. Dall’altro lato, Derek ricorda sin troppo gli uomini violenti a cui Clarke dà la caccia: si presenta come un giovane rampante, che aspira a scalare i ranghi della Centrale, ma nasconde un lato oscuro e sembra provare odio verso il mondo intero.

Alla fine della lettura, nella mente rimane l’immagine di una città contraddittoria, sospesa tra passato e futuro, tra chi vuole insabbiare la verità e chi desidera riportarla alla luce, anche a costo di riaprire vecchie ferite.

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