Questa non è una canzone d’amore

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Anche questo fa fare l’amore è il tormentone con cui la presentatrice di Crazy Love, programma più trash del trash, chiude ogni storia di tradimento, di turbamento, di scoramento che dovrebbe tenere il pubblico a casa con le chiappe incollate al divano. Peccato che questo amore con la A maiuscola stia iniziando a dare sui nervi persino allo stesso ideatore del format, Carlo Monterossi, l’Uomo Seccato. Monterossi sta giusto pensando di prendersi una pausa dallo scintillante mondo della tv, dai suoi filtri e dalle sue conduttrici di plastica, quando gli si presenta davanti alla porta un uomo armato di pistola:

A questo punto, sì ci vorrebbe una di quelle frasi sprezzanti che sanno dire gli eroi veri dopo il terzo o quarto ciak. Oppure un’invocazione, o una repentina richiesta di pietà, o addirittura un gesto, che so, le mani in alto, buttarsi in ginocchio.
Invece, Carlo Monterossi dice soltanto:
-Eh?-
Non ha la faccia particolarmente intelligente diciamolo, anche con le attenuanti del caso.

Questa non è una canzone d’amore è il primo noir milanese di Alessandro Robecchi: difficile parlare d’amore, visto il numero di morti ammazzati. A illustrarci le vicissitudini di Carlo che sopravvive, miracolosamente, al suo faccia a faccia con un killer, è un narratore sarcastico, che non risparmia niente e nessuno. La voce fuori campo ci guida attraverso i  meandri di un’indagine che porterà Monterossi a scontrarsi con un gruppo di poliziotti inefficienti e ad incappare in una scia di sangue e vendetta. Il tutto sulle note di alcune delle più belle canzoni di Bob Dylan.

Carlo, che è dotato di un sarcasmo fuori del comune ma non di particolari doti investigative, decide di assemblare una sua speciale task force, la cui punta di diamante Nadia Federici:

un’esperta di sopravvivenza urbana. E anche extraurbana, se non vi pare troppo. Lanciatela con il paracadute a mezzogiorno su una città sconosciuta ed entro sera avrà un posto dove dormire e qualche lavoro per sopravvivere. Ha meno di trent’anni, ha una laurea, conosce quattro lingue, scrive, fa di conto, usa il computer come se non avesse fatto altro nella vita. Ed è incazzata come un cobra.

La Milano di Robecchi è una città segnata da scontri: il conflitto generazionale tra chi non arriva a fine mese e chi sembra godere di ogni privilegio; la rabbia di una coppia di zingari in cerca di vendetta per l’omicidio di un bambino; l’odio razziale di un gruppo di fanatici nazisti; la guerra persa di chi cerca l’amore ma ottiene in cambio solo violenza. La faccenda potrebbe diventare seria, se non fosse la tagliente ironia della voce fuoricampo che si prende gioco sia del trash che ha invaso i nostri tubi catodici sia dei tradizionali cliché polizieschi. Alla fine, tutti i personaggi più o meno imperfetti, più o meno sarcastici e non proprio santi, si ritroveranno a faccia a faccia con il male: in una sola stanza ci saranno tante pistole da far venire l’emicrania a Chekchov.

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