Una banda di idioti

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La Banda di idioti di John Kennedy Toole ha richiamato subito la mia attenzione: con un titolo del genere è facile distinguersi. Mi aspettavo di leggere una serie di disavventure rocambolesche, degne della banda di Cannery Row, di godermi una parata di balordaggini e scemenze. Non è andata proprio così.

Il romanzo è dominato dalla gigantesca figura di Ignatius, il “nemico del popolo americano”: inorridito dalla modernità, questo ragazzone cerca rifugio nelle parole di Boezio e nel principio della Ruota della Fortuna. Ignatius è convinto di essere vittima di un ciclo avverso, di vivere in mezzo a un branco di idioti incapaci di riconoscere la grandezza del suo genio. Peccato che questo intellettuale abbia deciso di passare la maggior parte del suo tempo rinchiuso in camera sua. Quando sua madre, esasperata e indebitata, decide di obbligarlo a trovarsi un lavoro, avviene qualcosa di straordinario: la città si trasforma in un Carnevale, in un’isterica e sorprendente Festa dei Folli.

Il gigante egoista mette a soqquadro New Orleans: tutti i bizzarri personaggi del romanzo iniziano a gravitare intorno al suo ombelico e a girare in una ruota che distribuirà doni e punizioni. Ignatius, pur rimanendo chiuso nel suo gretto egocentrismo, dà il via a una catena di eventi, apparentemente slegati, che si ricompone negli ultimi capitoli del libro. Il gigante diventa il sole attorno a cui si muovono gli uomini e donne di (poca) buona volontà della città: i suoi deliri di onnipotenza e gli espedienti con cui sfugge a ogni impegno, si trasformano in ingranaggi di un meccanismo più grande.

Il ciclone-Ignatius altera (non vi dirò se in meglio o in peggio) gli equilibri di due istituzioni cittadine: le Manifatture Levy e il locale Notti di Follia. Il padrone della fabbrica, che ha sempre accuratamente evitato di occuparsi di affari, si ritrova costretto a fare i conti con un’impiegata che dovrebbe essere in pensione da decenni, per porre rimedio ai danni causati dal “nemico del popolo”. Invece, il quotidiano e delirante trantran del Notti di Follia, i cui incassi si basano soprattutto sulla vendita di misteriosi pacchetti, viene sconvolto quando Ignatius si presenta nel locale per cercare una bella intellettuale.

Arriviamo alle note dolenti: Igniatius è una presenza decisamente scomoda, che viene voglia di vedere schiacciata e travolta dalla Ruota della Fortuna, come ricorda Stefano Benni nell’introduzione, è un onanista inveterato, odioso coi vicini, cattivo con la mamma, improduttivo, sporco. Mi sembra anche azzeccato il paragone del sito Shmoop: Ignatius è un novello Falstaff, dedito alle gozzoviglie, scaltro e subdolo. Ignatius è una vera e propria spina nel fianco: si rischia di venire “fagocitati” dai suoi vizi, di bollarlo come eccessivamente grottesco. Bisogna mantenere un certo distacco (temo di non esserne stata capace) per analizzare Una Banda di Idioti e per riconoscere nel suo smisurato protagonista una faccia dell’America:

L’America ha molte facce, ma quasi tutte hanno paura della faccia di Ignatius. Perché nel suo corpaccione riassume tutto ciò che l’America non ammette di essere. Drogata di televisione, bulimica di pestiferi hot dog e bibite gasate, delirante e razzista.

John Kennedy Toole mette in scena una Festa dei folli con il suo re: sta a noi riconoscere il potere del sovvertimento insito nel Carnevale e rovesciare il quadro per non rischiare, un giorno, di riconoscerci nel volto di Ignatius.

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