L’incubo di Hill House

incub

Inquietante, ossessionante, disturbante, infestato da fantasmi: questi sono i significati racchiusi, come trai petali di un bel fiore velenoso, nella parola Haunting. The Haunting of Hill House (L’incubo di Hill House) di Shirley Jackson, è un romanzo gotico in cui una magione “insana”, che sembra essere pervasa da presenze spettrali, diventa il regno di allucinazioni e incubi a occhi aperti.

Il romanzo è dominato da due “presenze”, da Hill House e da Eleanor, una donna tormentata: i loro destini sono saldamente intrecciati. Un professore, deciso a indagare sulla misteriosa villa, si mette alla ricerca di degli individui disposti a rinchiudersi in quell’ “isola sulla terraferma”. Nell, inquieta e segnata dal senso di colpa, risponde alla sua chiamata. Dopo aver vegliato a lungo sulla madre malata, una notte non si è svegliata in tempo per prestarle aiuto ed finita tra le grinfie di sua sorella, che si è fatta viva solo per impossessarsi dell’eredità. Per Eleanor il soggiorno a Hill House è l’unica possibile via di fuga dall’infelicità, l’unico modo per uscire dall’isolamento per riacquistare dopo anni di muta sottomissione, l’indipendenza.

A questo punto, sarebbe lecito aspettarsi un crescere di tensione, una serie di apparizioni raccapriccianti, muri che grondano sangue, urla diaboliche.Se vi aspettate il delizioso brivido d’angoscia che caratterizza i racconti di King (che ha tratto ispirazione dai lavori della Jackson) rimarrete delusi: Shirley Jackson ha costruito un romanzo gotico raffinato, giocato su sottili inquietudini, sbilanciamenti e sull’analisi psicologica. Hill House non ha lo stesso fascino oscuro di Arkam o delle dimore stregate di Lovecraft: il malessere che suscita nei suoi abitanti sembra scaturire da uno squilibrio, da un’inclinazione di angoli che sembrano non riuscire a combaciare dando l’impressione di trovarsi su una nave in mare aperto. Le presenze che aleggiano tra le sue mura non si mostrano in modo eclatante, sembrano piuttosto intente a sfinire, goccia per goccia lo spirito di chi non ha la forza di resistere ai loro richiami.

 Le presenze di Hill House, come le streghe di Macbeth o lo spettro del padre di Amleto, sembrano scaturire dall’inconscio:

-Io credo che abbiamo solo paura di noi stessi- disse lentamente il professore.

– No- disse Luke. -Di vederci per quello che siamo e senza maschera.

La presenza sovrannaturale che infesta Hill House è difficile da definire, sembra aprirsi a più interpretazioni: sì può pensare che non esista alcuno spirito e che tutti i fenomeni siano causati dalla psiche disturbata dei personaggi; si può credere che la magione sfugga dalle consuete logiche temporali e che lo spirito di chi è destinato a infestarla aleggi già tra le sue mura da secoli, in attesa di incontrare il suo alter ego in carne e ossa; forse uno degli ospiti ha portato con sé un fantasma; oppure la casa stessa è un mostro che, periodicamente, richiede un tributo di sangue per accrescere la sua corte di spettri. Il fascino dell’incubo di Hill House è discreto e elegante, è racchiuso in ripetizioni ossessive, in errori, in parole sfuggite, che segnano il cammino verso l’abisso.

 

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