Yeruldelgger

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Lo Yin e lo Yang, l’equilibrio degli opposti: se dovessi riassumere l’essenza di Yeruldelgger in una sola immagine, userei questo simbolo. Il thriller di Ian Manook gioca con i contrasti; la tensione che lo pervade è come un cavo teso su un burrone, un ponte tra mondi antitetici: passato e modernità, città e natura, amore e odio.

La prima pagina si apre sull’orizzonte infinito della steppa, su tradizioni e rituali che sembrano immutabili. Il vento agita i ciuffi d’erba e si insinua tra le yurte. Qualcosa ha turbato la quiete e il silenzio ancestrali: un triciclo e la mano di un bambino sono affiorati dal terreno. Il commissario Yeruldelgger, massiccio, determinato, arriva sulla scena del crimine e, all’improvviso, la modernità ci colpisce come uno schiaffo:

-Hanno risotterrato tutto! Spero che tu gli abbia chiesto il perché!-
-Certo commissario: per non alterare la scena del crimine…-. (…)
-Per non alterare la scena del crimine!!! Ma dove sono andati a pescare una frase simile?-.
-In CSI: Miami. Mi hanno detto che guardano sempre CSI Miami e che Horatio, il capo di CSI: Miami, raccomanda sempre di non alterare la scena del crimine.

In Yeruldelgger lo spettro di Gengis Khan duella con Horatio Caine:  la spiritualità, l’interpretazione dei sogni e i monaci guerrieri si scontrano con inseguimenti al cardiopalma, con Ipad e nuove tecnologie. Il terreno su cui ci muoviamo è più che mai instabile: da una parte c’è la steppa con le sue tradizioni contaminate dalla modernità; dall’altra c’è la metropoli di Ulan Bator ritrovo di anime perse, cuore corrotto e nero del paese.

Al centro di tutto, sospeso tra bianco e nero, c’è Yeruldelgger anima tormentata, pietra che nasconde un cuore sanguinante. Smarrito come Harry Hole, pronto a infrangere ogni regolamento e a scontrarsi con i suoi superiori come John Rebus. Così simile ai suoi colleghi letterari eppure così diverso: l’essere figlio della steppa gli conferisce un alone mitico, un’aura di giustiziere vendicativo e implacabile, una sua unicità. Il commissario di Manook ha perso tutto quando la sua figlioletta minore è stata rapita e poi uccisa, per ostacolare le sue scomode indagini. Da allora, la rabbia lo acceca e il suo istinto vacilla. Da quando la sua famiglia è andata in pezzi, si illude di non avere più un cuore:

Ma te lo ripeto, dentro non ho più dolore. Sono morto dentro di me da un bel pezzo. Non c’è più nessuno che possa ferirmi, nemmeno tu angelo mio.

Certo, come no. Purtroppo per lui, il macabro ritrovamento nella steppa è solo il primo tassello di un infernale puzzle che lo porterà a scavare nel passato, a confrontarsi con individui che si sono spogliati davvero di ogni traccia di umanità. Yeruldelgger dovrà guardare nell’abisso, ma non ne uscirà completamente purificato: la sua sete di sangue lo rende un eroe oscuro, perennemente in bilico tra male e bene. Così come l’intero romanzo si mantiene in bilico tra cliché che strizzano l’occhio al mondo di CSI e passaggi lirici.

Lo Yin e lo Yang continuano lo loro danza, mentre a fine lettura rimane il desiderio di inoltrarsi ancora nell’aspra Mongolia di Manook, di conoscerne la storia, anche se non è la nostra storia. Non ci sono scuse:

-Come possiamo ignorare l’olocausto di sei milioni di ebrei? (…) -Ti dico soltanto che, se non sappiamo nulla, è perché non era la nostra storia. In quel periodo, la nostra storia era il massacro dei nostri monaci, la distruzione dei nostri templi e il divieto di usare la nostra lingua. Quanti europei lo sanno, Yeruldelgger?

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3 thoughts on “Yeruldelgger

      1. Già, ma… che li scelga tu o io, finisce sempre che arrivo seconda! 😉
        Per non so quale intuizione dell’ultimo secondo, per fortuna ho scelto di leggerlo nella versione originale: procedo più lentamente ma almeno resto a distanza di sicurezza (quando si dice “beata ignoranza”) dalle immagini più truci… à bientôt!

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