Non chiedere perché

Non chiedere perché Franco di Mare

Non chiedere perché l’amore può sbocciare all’improvviso, in mezzo alla devastazione. Non chiedere perché può bastare un solo sguardo per cambiare due vite, per capire che si era destinati ad incontrarsi. Franco di Mare, nel suo suo primo romanzo, racconta la storia, ispirata ad avvenimenti realmente accaduti, di una famiglia nata da una scelta, da un incrocio di sguardi.

Nel 1992 il giornalista Marco de Luca, capace di raccontare storie evocative, di osservare il mondo con sguardo ironico e tagliente, ma non di salvare il suo matrimonio, parte per Sarajevo. Si lascia alle spalle lo spettro del divorzio e un appartamento incasinato, che rispecchia perfettamente il suo stato d’animo, per calarsi nell’inferno della capitale assediata. In città trova ad attenderlo snipers, cecchini appostati ad ogni angolo, dei capricciosi pronti a premere il grilletto in ogni momento. A guidarlo tra le strade insanguinate dal conflitto che sta dilaniando l’ex Jugoslavia sono Ljubo, il suo personale Virgilio, e Edin, un intellettuale capace di trovare consiglio nei libri e nel pragmatismo. In un orfanotrofio, che non è stato risparmiato dalle ostilità, incontra Malina, un piccolo angelo bruno che gli ruba il cuore, una bambina che riconosce come “sua”. Il giornalista decide di adottarla, ma sa di avere davanti a sé una strada tutta in salita: avrà bisogno dell’aiuto di ogni uomo e donna di buona volontà per portare sua “figlia” a casa.

Durante le tre convulse settimane trascorse a Sarajevo, Marco cerca di documentare, senza scadere nel facile sentimentalismo, il dramma della guerra, la sua insensatezza. Alla fine, le parole migliori, quelle che descrive meglio quel conflitto fratricida, sono quelle di una predica, ascoltata da fedeli di tutte le religioni:

Un uomo cammina nel deserto. È solo e disarmato. Da lontano vede un altro uomo che sta avanzando verso di lui. (…) Chi sarà mai? Probabilmente si tratta solo di un viandante pacifico. Ma se invece fosse un malintenzionato? (…) A man a mano che lo sconosciuto si avvicina, l’ansia del viandante cresce. “E se decidesse addirittura di uccidermi?” si domanda. La sua paura aumenta. Intanto lo sconosciuto si è fatto molto più vicino. Adesso l’uomo è terrorizzato. Fuggire è ora impossibile. Verrebbe raggiunto in un attimo. (…) Quando il panico lo ha ormai paralizzato e si è rassegnato a essere aggredito e forse ucciso, lo sconosciuto gli è ormai di fronte. E soltanto in quel momento, guardandolo finalmente negli occhi, il viandante si accorge che quell’uomo che lo aveva tanto spaventato, quell’uomo che lui temeva potesse ucciderlo, non era altri che suo fratello. (…) Non prestate ascolto a chi vi dice che i nostri fratelli sono diversi da noi.

Non chiedere perché è un compendio di cose perdute: il matrimonio che Marco non è riuscito a salvare; la normalità che, nel 1992, è scomparsa da Sarajevo; la possibilità di uscire di casa senza avere il cuore in gola, senza temere che una pallottola ti possa cancellare dall’esistenza; il tram che, dall’inizio della guerra, non passa più, anche se tu continui ad aspettare il suo ritorno; l’innocenza che hai perso. Il filo rosso che unisce Malina e Marco è l’unica benedizione, l’unica tenue speranza in mezzo a tanti mai più.

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