Pastorale americana

Pastorale americana, Philip Roth

Bugie, sono tutte bugie, pensavo mentre Seymour Levov, “lo Svedese”, nei primi capitoli di Pastorale Americana, parlava della sua vita perfetta, perfettamente americana, allo scrittore Zuckerman. Sono dentro a un romanzo di Philip Roth, mi dicevo, l’autore che sa guardare nell’abisso: non è possibile che la storia del protagonista sia questa, che sia l’incarnazione del nulla, che lui sia solo un esemplare padre di famiglia. I due proseguivano il pranzo, condito da banalità; io, intanto, come un cannibale, aspettavo la portata principale: il segreto, il dolore che si annidava dietro la linda facciata borghese dello Svedese.

Non mi sbagliavo: Roth, in Pastorale Americana mette sul tavolo dell’obitorio il cadavere del Sogno Americano per dissezionarlo senza pietà. All’inizio Zuckerman presenta Levov come un ex golden boy, il ragazzo a cui tutti guardavano con ammirazione: la giovane promessa di Newark, pronto a entrare nel mondo dei Wasp, dei bianchi protestanti, nonostante le sue origini di ebreo figlio di immigrati. Lui, bello, sportivo, generoso, sembrava destinato a portare a termine il processo d’integrazione, iniziato da suo padre. Da lui doveva scaturire una nuova generazione di americani laboriosi. La storia sarebbe dovuta andare così, eppure

Nella vita dello Svedese doveva esserci stata la coscienza e doveva esserci stata la sventura. Eppure (…) non riuscivo ancora a vedere dentro di lui: nel residuo della mia immaginazione adolescenziale ero sempre convinto che quella dello Svedese fosse stata una vita priva di dolori.

Per ironia della sorte, il dolore di Levov si chiama Merry: la figlia instabile, la personificazione del caos, che con la sua follia manda in frantumi l’illusione di una famiglia perfetta. Quando la ragazza, per protestare contro la guerra del Vietnam, piazza una bomba in un ufficio postale, il mondo dello Svedese va in frantumi. Com’è possibile che da lui, dall’aspirante Giovannino Seme di Mela, sempre pronto a costruire, sempre pronto a piegarsi ai desideri del padre, di tutti, sia nata una simile erba cattiva? Dove ha sbagliato? Zuckerman prova a ripercorre le tappe che hanno portato Merry a diventare una terrorista, a trovare il peccato originale. Ci prova, pur sapendo che è praticamente impossibile conoscere, capire qualcuno davvero:

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio (…) offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli (…) e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato.

Non ci sono risposte facili, quando si prova a spiegare la follia di Merry, a capire cos’è andato storto, si ha l’impressione di camminare su un terreno instabile. Pastorale Americana mette in guardia il lettore contro l’illusione dell’ordine, contro le maschere che indossiamo per nascondere le nostre imperfezioni: là sotto si nascondono le crepe, crepe da cui germoglieranno fiori del male. Il sogno americano è un meccanismo inceppato, un susseguirsi di generazioni in trappola, un ripetersi di immagini e temi che, alla fine del romanzo, sfociano in una cena ad altissima tensione, dove la figura del padre si trasforma in pasto, in agnello sacrificale, non innocente.

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