Ruggine americana

Ruggine americana, Philipp Meyer

La quarta di copertina di Ruggine americana potrebbe ingannarvi. A me è successo: ero convinta che avrei letto una storia sulla falsariga di Basta guardare il cielo e Stand by me, il racconto di un vagabondaggio di due amici con grossi problemi alle spalle. Credevo che Isaac English, il cervello, e Billy Poe, il braccio, avrebbero attraversato l’America insieme, sfuggendo da un paese dove il Sogno Americano è andato in frantumi per raggiungere la California, la loro terra promessa.

Invece, nel romanzo di Philipp Meyer, Isaac non si ritrova Billy come compagno di viaggio, almeno non in senso letterale: Ruggine Americana è la storia di due percorsi che, dopo le prime pagine, divergono. Il cardine centrale è la cittadina di Buell, dove i due giovani sono cresciuti, rappresentazione di un’America depressa, costellata da scheletri di fabbriche in disuso. They’ve brought death to my hometown, canta Bruce Springsteen nell’album Wrecking Ball, e sì, la morte è arrivata a Buell sotto forma di ruggine e disperazione: l’anima di tutti i cittadini è stata corrosa dalla mancanza di lavoro e di prospettive. Isaac vuole lasciarsi alle spalle la città e lo spettro di una madre morta suicida, e cerca di convincere Billy a seguirlo, ma dopo neanche una giornata di cammino succede qualcosa di terribile: una frattura che li porterà a compiere due itinerari collegati, ma separati.

 

Il trauma che segna la fuga dei ragazzi si ripercuote su tutti quelli che li stanno intorno: ogni capitolo di Ruggine Americana è raccontato dal punto di vista di un personaggio che deve affrontare sia il suo inquieto passato sia questa nuova ferita. Philipp Meyer ci restituisce un coro di voci magistralmente caratterizzate, tra cui spicca quella analitica e brillante, ma sempre sospesa sull’orlo della follia, di Isaac. Sta a lui esprimere il senso di smarrimento, di disperazione che percorre tutto il romanzo:

Quand’è che non sono più la stessa persona? Nella testa degli altri o nella tua? Nella mia, pensò. Non lo so. C’è qualcosa di strano, ti stai allontanando dal lago, su una specie di affluente. Se continui per di qua perderai l’orientamento. Scegli una direzione e seguila. D’accordo, ovest. Ma sapeva che tanto non contava. Non stava andando da nessuna parte, nessuno lo aspettava, e non contava più da dove veniva.

Quasi tutti i personaggi del romanzo sembrano destinati a non andare da nessuna parte, a rimanere intrappolati tra le macerie contorte e arrugginite di un Sogno Americano caduto in pezzi. Portano su di sé il peso di un peccato, di una tara che li incatena a Buell. Billy e Isaac, avevano la possibilità di lasciare il paese per andare al college, ma entrambi hanno rimandato, sono rimasti all’interno di un cerchio di accidia e tristezza, di legami familiari tossici. Sono due facce della stessa medaglia, due ragazzi uniti da un’amicizia nata dal sentirsi fuori posto, dal non riuscire ad esprimere il proprio potenziale. Entrambi continuano, sino alla fine del romanzo, dove sembra aprirsi uno spiraglio, a rimanere il trappola. Billy si ritrova a vivere il dilemma del prigioniero, mentre Isaac è soggiogato dalla sua stessa mente. Si può provare a cambiare, per sopravvivere, ma recuperare l’originaria purezza è impossibile: la ruggine resta.

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