Morte di un commesso viaggiatore

Morte di un commesso viaggiatore

La fine del sogno americano: un’utopia che, oggi, sembra essere esistita solo nella mente dei più fantasiosi ottimisti. In Morte di un commesso viaggiatore, di Arthur Miller, un uomo sconfitto deve fare i conti con la sua esistenza e le sue illusioni.  La casa del protagonista, Willy Loman, diventa memoria, un cervello in cui frammenti del passato e del presente si inseguono, in un crescendo di angoscia.

Willy è stato un lavoratore “terribilmente normale”: ha trascorso la sua vita sempre in movimento, sorridendo, comportandosi da bravo impiegato. Giunto all’autunno della sua esistenza si aspetta di potersi fermare, di avere un posto garantito in un comodo ufficio della sede centrale e di veder prosperare la sua famiglia. Invece no, perché il sogno in cui crede Willy, la promessa che bastino un sorriso e tante buone intenzioni per aprire ogni porta è una menzogna. Lui è solo un piccolo, insignificante commesso come tanti: nessuna ricompensa lo aspetta al varco. Anche a casa, la situazione non è delle migliori: i suoi due figli, Biff e Happy, sembrano intrappolati nel ruolo di eterni adolescenti, incapaci di trovare la loro strada.

Come in Ruggine americana e in Pastorale americana ci troviamo davanti al quadro di un’America che non riesce a essere la terra promessa. Loman, come “lo Svedese” di Roth deve chiedersi dove ha sbagliato, quale errore ha infranto il suo quadretto idilliaco di speranze. Quale atto di disubbidienza gli è costato la cacciata dal suo paradiso perduto? Nel dramma la risposta sembra essere racchiusa in un atto d’infedeltà e nell‘incapacità di strapparsi dagli occhi un velo di pietose illusioni. Il conflitto generazionale è centrale sia in Pastorale americana che in Morte di un commesso viaggiatore: nella prima opera la tensione esplode come una bomba, mentre nel dramma di Miller, cova sotto la cenere sino all’inevitabile, tragico epilogo. Come in Ruggine americana, la nuova generazione sembra vittima di una paralisi: di fronte all’infrangersi del Grande Sogno, l’unica possibile risposta sembra essere il rifiuto di ogni azione.

Il tempo, nell’opera teatrale, diventa liquido e fantasmi del passato riemergono dall’ombra. Loman, ormai incapace di distinguere tra ricordi e presente, è ossessionato da versioni più giovani, più promettenti, di sé stesso e dei suoi familiari. Alla fine, il commesso viaggiatore che ha vissuto di sogni si trasforma in un cavaliere invisibile, in un essere privo di corpo, in una singola voce disperata. Una delle mie insegnati sosteneva che l’antenato incorporeo della trilogia di Italo Calvino rappresentasse l’uomo moderno che, una volta perso il lavoro, il suo scopo produttivo, perde anche la sua identità. Direi che lo stesso accade a Willy Loman: il piccolo ingranaggio che credeva di essere vitale alla macchina, è destinato a scomparire una volta cessata la sua utilità. Questo non è un sogno, è un incubo.

Prima di salutarvi, vi consiglio di cercare una replica della puntata di Cult Book della settimana scorsa, “L’ossessione per il successo” che mi ha spinta a incontrare, tra le pagine, la tragica figura di Willy Loman.

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