Amici assoluti

Amici assoluti, John le Carré

Spionaggio: questa parola mi fa sempre venire in mente fughe rocambolesche, esplosioni, il numero 007. Mi immagino un’atmosfera alla James Bond, una certa estetica. Prima di iniziare la lettura, ero convinta che anche Amici assoluti di John Le Carré rientrasse in questo immaginario.

Poi, mi sono ricordata che il film La talpa è stato tratto da uno dei suoi romanzi. A quel punto ho cominciato a preoccuparmi, perché, nonostante un cast d’eccezione, la pellicola mi era sembrata piena di tempi morti. A essere onesti, Amici assoluti non si può proprio definire un libro d’azione, eccezion fatta per le ultime pagine ad alta tensione. John Le Carré è più interessato all’analisi psicologica dei personaggi e politica degli anni narrati che all’adrenalina. Una formula che dubito mi avrebbe convinta sul grande schermo, ma che ha funzionato in formato cartaceo.

Il romanzo ruota attorno a due amici, due uomini in conflitto con sé stessi e con il proprio tempo. Ted Mundy è  figlio degli ultimi spasmi dell’imperialismo inglese: è nato alla vigilia della fondazione del Pakistan. Poi è approdato in un tipico college di Albione, un mondo chiuso e conservatore. Ted avverte in sé una scissione, uno sdoppiamento tra l’io più borghese e convenzionale e la parte di sé pronta a unirsi alle proteste studentesche, a cercare di cambiare il mondo. Una tensione che lo porta, per anni, ad affidarsi passivamente al volere degli altri, per riuscire a mantenere una parvenza d’equilibrio, per semplificarsi la vita. La sua ragazza lo spinge a recarsi a Berlino, sede di fermenti politici e di rivoluzionari. Nella città divisa dal muro, Mundy incontra Sasha, un’altra anima in pena come lui con cui forgia un legame destinato a durare per tutta la vita.

Sasha è un predicatore, un nuovo Lutero alla ricerca di chi lo possa aiutare a sconfiggere gli spettri del capitalismo e dell’imperialismo. Uno spirito irrequieto, intrappolato in un corpo troppo fragile per contenere tutto il suo ardore politico, che suscita in Mundy un forte istinto di protezione. Questo cantore dell’insurrezione aspira a un mondo ideale, ma sembra incapace di evitare di cadere in trappola: perso nella sua visione non riesce a proteggersi da solo e spesso non riesce a capire le vere intenzioni di chi li sta di fronte.

Questi due uomini, spiriti affini e insoddisfatti, sono destinati a giocare un ruolo chiave nella Guerra Fredda, a diventare agenti segreti. Lo spionaggio, nel romanzo, è un’attività per intellettuali, per uomini dotati di sangue freddo e di acuto spirito d’osservazione, piuttosto che di muscoli e di una mira infallibile. Le spie sono uomini e donne capaci di cambiare volto, di recitare tante parti diverse: un’abilità che sembra innata in Ted, nell’uomo scisso in più versioni di sé.

John le Carré dipinge un affresco cupo in cui gli idealisti sembrano destinati a soccombere: o si corrompo, sfociando nella violenza, o vengono manipolati da chi è interessato solo al denaro e alla conservazione dello status quo. Mundy e Sasha sono in lotta, eterni Don Chisciotte, contro un sistema che appare immutabile: un eterno ciclo di guerra e odio. Alla fine, l’unico valore capace di sopravvivere è quello dell’amicizia.

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