Sorgo rosso

Un paragrafo per immergersi nei campi di sorgo, nella Cina di Mo Yan, uno per commuoversi davanti alla poesia delle sue descrizioni, uno per prendere il respiro prima di affrontare un mondo cupo e violento. In Sorgo rosso, il rosso è il colore dominante: fulve le foglie, scarlatte le labbra di una donna fatale, porpora i tramonti, scarlatto il sangue versato.

Il romanzo ruota attorno a una famiglia: attraverso ricordi e testimonianze si cerca di ricostruire il racconto di anni travagliati, l’incontro di anime da cui è scaturito l’albero genealogico. I nonni del narratore, che hanno attraversato gli anni drammatici dell’occupazione giapponese, assumono il ruolo di figure mitiche. Non sono due eroi, sono un uomo e una donna comuni che hanno affrontato la vita con uno spirito indomito e ribelle, ricorrendo all’inganno e alla violenza. La “nonna” è  stata capace di forgiare il suo destino, di riappropriarsi del suo corpo e di proclamare la sua indipendenza sessuale. Sembrava destinata a essere venduta come un oggetto, come una bella bambolina di porcellana da scambiare, nel giorno del suo matrimonio, con due muli. Ha avuto la forza necessaria per cambiare le carte in tavola, ma non la fortuna necessaria per sfuggire ad anni crudeli e a un amore travagliato. Il “nonno” è un bandito, un amante controverso, fragile e feroce allo stesso tempo. Un uomo dai mille volti: il temibile brigante, il patriota pronto a sacrificarsi per salvare il suo paese dall’invasore, lo sconfitto segnato dall’ennesima perdita. Il “nonno” e la “nonna” incarnano lo spirito della campagna cinese, dove non esistono il bianco o il nero, ma solo il rosso crudele e appassionato.

Il paesaggio diventa un elemento centrale nel libro di Mo Yan: nel cielo e nei campi si rispecchiano le emozioni e le paure dei personaggi. Il sorgo e i cani diventano simboli dell’umanità travagliata, sospesa tra paradiso e inferno: i cinesi cercano di elevarsi verso l’alto, come gli steli di una pianta, ma rischiano di divorarsi tra di loro, di diventare bestie pronte ad azzannarsi a vicenda. Di quegli anni durissimi, rimane solo l’eco della memoria, un sovrapporsi di realtà e di finzione. Il tempo si riavvolge su se stesso, si perde tra le piante di sorgo: le voci si sovrappongono, restituendo schegge multiformi e suggestive, come frammenti di magnifici ritagli di carta. A fine lettura, nella mente rimane impressa l’immagine dei fiammeggianti campi di sorgo:

In autunno inoltrato, il cielo è alto e l’aria pungente, i campi coperti di sorgo diventano uno scintillante mare di sangue. Se le piogge d’autunno sono copiose, i campi si trasformano in una sconfinata distesa d’acqua, le cime rosso cupo si ergono sull’acqua gialla e torbida, rivolte verso il cielo blu. Quando spunta il sole illuminando la distesa d’acqua il cielo e la terra si tingono di colori di straordinaria bellezza.

Una bellezza che non si lascia dimenticare, poetica e crudele come i romanzi di Mo Yan.

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