La paranza dei bambini

Ho scelto il male perché il bene era banale, Dio mi ha dato una pistola facile da maneggiare… (Lowlow, Ulisse)

Get Rich or Die Tryin’, diventa ricco o muori provandoci, è il mantra di Nicholas e della sua paranza, un gruppo di fuoco pronto a conquistare Forcella, Napoli, il mondo intero. L’idea che il successo si misuri con il denaro, rigorosamente sporco di sangue, ottenuto con “lavori” non onesti non è nuova: i mafiosi, i nuovi “calvinisti” hanno trascorso anni accumulando ricchezze che non si sono potuti godere o perché sono morti o perché si sono dovuti dare alla macchia. Quella che Roberto Saviano racconta ne La paranza dei bambini è una nuova storia, una tragedia 2.0, quella degli aspiranti rich kids camorristi.

Nicholas è solo un ragazzino, nato in una famiglia come tante, ma dentro di lui brucia l’inestinguibile fiamma dell’ambizione. Andiamo a comandare non è solo il titolo di una canzone per lui, è un mantra. Vuole diventare un capo paranza, deve ottenere il rispetto e la fama che gli spettano. Per riuscirci è pronto a mettere a repentaglio la sua stessa vita e quella di chi gli sta accanto. Da dove cominciare? Dal nome, anzi dal soprannome: Maraja, un titolo che viene dalla sua ossessione per il Nuovo Maraja, un locale di lusso dove si riuniscono tutti quelli che contano. Poi bisogna costruire un proprio gruppo di fuoco, un proprio “principato” seguendo i precetti di Macchiavelli:

Ma quanto allo esercizio della mente, debbe il principe leggere le istorie, e in quelle considerare le azioni degli uomini eccellenti… (Il principe, Macchiavelli)

Nicholas trova nel Principe e in film come Quei Bravi ragazzi dei modelli da imitare. Lui è un “nuovo principe” che deve farsi strada nel vuoto lasciato dalle retate della polizia, nell’instabilità causata dalla fine di alcune grandi famiglie mafiose. Per fortuna appartiene alla generazione dei Millenials e sa che su internet si può avere accesso non solo a Youporn ma anche a tutorials sull’uso delle armi.

Non fu mai, adunque, che uno principe nuovo disarmassi e’ sua sudditi; anzi, quando gli ha trovati disarmati, sempre gli ha armati (…)

Trovare le armi non è un problema: i vecchi capi, costretti ai domiciliari, sono disposti ad affidarsi a questo ragazzino dal viso pulito, ma con l’ambizione di Lucifero, pur di smuovere le acque. Tutto sembra semplice per Nicholas e per i suoi angeli caduti che vanno in giro con delle ali tatuate sulla schiena. Basta non accorgersi di essere dei pesci piccoli, basta non rendersi conto di stare precipitando all’inferno: meglio regnare nell’Ade che dover sgobbare per un misero stipendio e vivere nell’ombra.

Nella prima stagione di Gomorra, la sceneggiatura ricordava un dramma shakespeariano: Ciro recitava il ruolo il soldato Coriolano, insoddisfatto degli onori ricevuti, di Iago, di Macbeth. Ne La paranza dei bambini ritornano la sete di potere e la vendetta, ma la tragedia diventa ancora più cupa: non c’è niente di più terribile di sentir chiedere, in una chiesa, da un bambino di poter portare a compimento un omicidio in cambio del voto, della promessa, di essere buono. Nicholas e i suoi paranzini vivono in un mondo in bianco e nero, un mondo di fottuti e fottitori dove sono ammessi solo altri due colori il grigio metallo e il rosso sangue. Resta solo da sperare che, anche all’inferno, le parole possano esercitare il loro potere e cambiare qualcosa.

Qui trovate il link all’intervista di Roberto Saviano a Che tempo che fa.

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