Port Mungo

Port Mungo è una località sperduta, tropicale, una palude in cui affondano segreti e peccati inconfessabili. Il rifugio scelto da Jack Rathbone, artista maledetto, per dipingere le sue tele intrise di “tropicalismo”e per vivere insieme a Vera, una pittrice bella e perduta. In mezzo alla natura selvaggia e alla vegetazione soffocante si svolgerà l’atto centrale del dramma di una famiglia segnata dalla follia.

Port Mungo di Patrick McGrath è un gotico moderno, una rivisitazione di grandi classici del genere dove alle sperdute fanciulle, alle Leonore di Poe, si sostituiscono ragazze punk sull’orlo di una crisi di nervi. A narrare la storia è, come in Follia e Grottesco, un narratore inaffidabile: Gin, la sorella di Jack. Sin da piccola, la donna ha idolatrato il fratello, mettendolo su un piedistallo, e ascoltando con un brivido di piacere le sue storie erotiche e macabre. Il piccolo Rathbone si divertiva a immaginare che sulla loro famiglia gravasse un’antica maledizione, un’ombra oscura che, di pagina in pagina, prenderà corpo.

Gin ripercorre le tappe travagliate dell’esistenza di Jack: dalle prime aspirazioni artistiche, all’incontro con Vera, dalla fuga verso New York con la donna fatale, all’approdo verso la tropicale trappola di Port Mungo. Proprio in quella località sperduta si consuma il dramma: Peg, la primogenita dei due artisti, muore in circostanze misteriose. Jack decide di tornare a vivere con la sorella, portando con sé una scia di pazzia, destinata a consumarsi con la comparsa in scena di Anna, la secondogenita, l’ombra di Peg. Anna porterà a compimento la maledizione inventata da suo padre, svelando gli abissi oscuri che si nascondono nella storia della sua famiglia.

In questo libro, McGrath reinterpreta magistralmente il topos dell’artista maledetto, intrecciando echi dei romanzi ottocenteschi con il mito classico di Narciso. La fascinazione di Jack per l’arte ricorda l’ossessione del pittore del Ritratto ovale e l’ossessione di Dorian Gray. Intorno a lui, e ai suoi quadri carichi di eco sinistre, di figure che sbucano dall’acqua per ghermire e sedurre le loro prede, si sviluppa una fitta rete di ipotesi e bugie.  Jack e Gin, il duo alcolico, così come Peg e Anna diventano dei doppi, figure inquietanti in cui sembra riflettersi la sinistra eredità dei Rathbone. L’autore mischia le carte e conduce il lettore su un terreno instabile come una palude: decifrare la verità  e decidere a chi credere diventa sempre più difficile.

Peccato che McGrath si debba confrontare con McGrath: rispetto al capolavoro Follia, qui la tensione è meno insostenibile, il ritmo meno rapido. Forse, perché chi conosce già l’autore sa cosa aspettarsi, è più abituato a rivelazioni improvvise e crudeli. Mentre Gin rievoca gli eventi, si avverte un certo senso di stanchezza, l’impressione di una cappa di umidità simile a quella che avvolge Port Mungo. Viene da pensare che l’autore rallentando il ritmo, abbia voluto immergere il lettore in un’atmosfera decadente, nel mondo soffocante della narratrice dove di fronte all’orrore non si reagisce più con sgomento, ma ci si limita a versarsi l’ennesimo drink.

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