La ferocia

La ferocia

Non è stagione: La ferocia di Nicola Lagioia non si sposa con quest’atmosfera natalizia di gioia e serenità. La storia prende l’avvio dalla morte di una giovane donna e si dipana nei meandri oscuri di una famiglia e del mondo corrotto che le gravita attorno. Quindi, non leggetelo ora: aspettate di aver finito di scartare i doni e di mangiare il panettone, ma non dimenticavi di questo romanzo. Potete decidere di regalarlo, se siete alla ricerca di un regalo dell’ultimo minuto, o di metterlo da parte per assaporarne la raffinata, inquietante, brutalità.

Di notte, una donna cammina, ferita, simile a una preda straziata, lungo la stradale Bari-Taranto. Si chiama Clara Salvemini. La ritroveranno morta ai piedi di un cavalcavia: il medico legale dichiarerà che si è suicidata. Sembra l’inizio di un noir e ci aspetteremo di veder entrare in scena, da un momento all’altro un investigatore cinico e solitario. Invece no, tutta la prima parte de La ferocia è dominata dalla gotica, potente famiglia dei Salvemini. Un clan che è l’opposto di ogni rassicurante pastorale americana, un nido di serpi che sembra uscito dalla più cupa tragedia shakespeariana.

Vittorio Salvemini è un imprenditore privo di scrupoli che ha sacrificato tutto e tutti al dio denaro. Davanti ai suoi figli, assume il ruolo della vittima per facilitarsi la vita e per ignorare la voragine che sente aprirsi sotto di sé, al tramonto della sua vita. Il primogenito, il medico apparentemente perfetto, assomiglia al figlio maggiore della parabola del figliol prodigo: rispetta le forme, ma non ama il padre. La figlia minore è persa in un mondo di apparenze e di tweet: un’ombra che vive del riflesso della bellezza e della tragedia di Clara, senza mai riuscire a esprimere sé stessa. Nel mezzo, Clara e Michele, la figlia legittima e il figlio nato da un tradimento di Vittorio, entrambi odiati dalla signora Salvemini, che li avverte come minacciosi e sovversivi.

Proprio a Michele, il ragazzo che divenne pazzo, il figlio bastardo che è scivolato in baratro di follia e disperazione perché nessuno, a parte Clara, è stato capace di dimostrargli affetto, spetta il compito di fare luce sulla verità. Lui è una sorta di doppio della sorella, un inquietante gemello, non di sangue ma di spirito. Michele si trasforma in una sorta di Amleto nevrotico: il fantasma di Clara lo spinge a indagare, a scoprire cosa è davvero successo quella fatidica notte.

Di ritorno nella casa dove era cresciuto, la villa dai disegni razionali che aveva fatto in tempo a odiare prima che quel che c’era dentro fosse in grado di distruggerlo, fu lacerato dall’idea della morte di sua sorella Clara, orrenda, impossibile da accettare perché venuto meno l’architrave, il resto dell’edificio sarebbe dovuto essere già in polvere, invece lui era in piedi, così avvertì anche la scossa che incrinava la falsa idea di successione cronologica su cui organizziamo la vita e le giornate.

Michele si ritrova a rimestare in un lago putrido, in una Elsinore moderna. C’è del marcio nella corte dei Salvemini: dietro ogni volto si nascondono segreti e ossessioni inconfessabili. Lagioia, con un ritmo narrativo che si frantuma in illuminazioni, in circoli viziosi, simboli di un tempo sovvertito, ci restituisce l’affresco di un mondo cupo, dove l’unico rifugio è quello di una controllata, lucida follia. L’unica via d’uscita è un tuffo nell’abisso, dopo aver bruciato ogni ponte dietro di sé.

Colonna sonora consigliata: Are You Lost in the World Like Me? di Moby

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