La donna in gabbia

la donna in gabbia copertina

Ancora tu, ma non dovevamo vederci più? La donna in gabbia è l’ennesimo giallo dall’ambientazione nordica sul mio comodino. Nonostante avessi appena finito di leggere I poeti morti non scrivono gialli, un romanzo che fa il verso ai tanti, forse troppi, best sellers polizieschi.

Il cuore pulsante della serie di libri di Jussi Adler-Olsen è un dipartimento della polizia danese, la sezione Q chi occupa di casi irrisolti. A guidarla è Carl Mørk, l’ennesimo poliziotto che ne ha viste troppe e che preferirebbe fissare il vuoto, cercando di venire a patti con il suo PTSD, piuttosto che avere a che fare con un misterioso assistente e con una pila di vecchi faldoni. In mezzo ai quei documenti, si nasconde un dossier che finisce col catturare la sua attenzione: cinque anni prima, Merete Lynggaard, una giovane parlamentare, è scomparsa nel nulla. È lei la donna in gabbia: Mørk non lo sa, ma ha poco tempo per trovarla, prima che chi l’ha rapita porti a termine il suo folle e sadico disegno.

Mentre sfogliavo questo romanzo, ho provato sensazioni contrastanti: alcuni elementi mi hanno intrigata, altri molto meno. Alla fine, ho deciso di prendere esempio da alcuni blogger americani che sono soliti elencare gli aspetti positivi e quelli negativi delle loro letture. (Attenzione: ci sono alcuni piccoli, inevitabili, spoiler)

Pollice in su:

  • Carl Mørk the keeper of lost causes: un personaggio che assume, pur controvoglia, il ruolo di protettore dei deboli e dei dimenticati dalla società. Supporta una ex-moglie con fallimentari aspirazioni artistiche, condivide l’appartamento con un angelo del focolare appassionato di play mobil ed è l’unico a credere che Uffe, il fratello disabile di Merete, possa essere di aiuto durante le indagini.
  • Carl Mørk che, realisticamente, non si è ancora ripreso dagli affetti della sparatoria in cui un membro della sua precedente squadra è rimasto ucciso e un altro paralizzato. Non è un detective d’acciaio, capace di incassare qualsiasi colpo, ma un uomo che deve venire a patti con il senso di colpa del sopravvissuto.
  • Ancora il nostro protagonista, che per sopravvivere alla giornata ricorre al sarcasmo e cerca di affrontare l’ennesima sorpresa del giorno.
  • Assad l’assistente tuttofare che nasconde, dietro improbabili guanti di gomma e scopettoni, una mente acuta e un coltello con cui difendersi dai malintenzionati.
  • Le ultime pagine del giallo. No, non sto piangendo mi è entrato qualcosa nell’occhio.

Pollice verso:

  • I paragrafi dedicati alla terribile prigionia di Merete sembrano una brutta copia dei libri di Stephen King. Il confronto con il re dell’orrore è inevitabile, quando si cerca di descrivere situazioni estenuanti dal punto di vista fisico e psicologico, di fissare su carta il terrore, e Adler ne esce sconfitto.
  • Assad, pur essendo carismatico, mi ricorda troppo Gamberone di Il mio nome è Earl: vuoi vedere che anche lui è un agente sotto copertura?
  • Il trio inesistente: nella quarta di copertina si parla di una collaborazione tra un detective disilluso (Carl), un assistente misterioso (Assad) e un poliziotto paralizzato (il collega ferito durante la sparatoria). Peccato che non accada niente del genere, almeno in questo volume della serie: il novello Lincoln Ryhme resta praticamente fuori dai giochi. Forse, accadrà in seguito.
  • Il senso di Mørk per il pericolo: inesistente. A quanto pare chiunque, anche un bambino di cinque anni, potrebbe sorprenderlo alle spalle. Sa che qualcuno è in agguato nelle vicinanze, ma non si preoccupa minimamente di controllare a fondo la stanza. Così aumenta la suspense, forse.
  • L’oggetto erotico del desiderio: no, Carl, non puoi parlare così di una collega. Santo cielo, smettila di fissarla e sbavare.

 

Una lettura tra alti e bassi: momenti di pura evasione letteraria si alternano a sospiri irritati. Voi che ne pensate? Conoscete la sezione Q?

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