I versi satanici

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Due uomini precipitano giù dal cielo. Uno diventerà un angelo, l’ altro un diavolo. Sembrano destinati ad incarnare l’eterna lotta tra il bene e il male. Ma niente è come appare, specialmente quando si scopre che a narrare la loro storia è qualcuno che si intende sin troppo bene di cadute dalle più alte e celesti sfere. Questa è la premessa dei Versi satanici di Salman Rushdie, un romanzo complesso e pericoloso.

L’autore offre allo sguardo del lettore due coprotagonisti complessi e contraddittori, due attori, due facce della stessa medaglia:

Dovremmo anche dire che questi sono due tipi di personalità sostanzialmente differenti? Non possiamo convenire che Gibreel, nonostante il suo nome d’arte e le sue interpretazioni, e malgrado i suoi slogan sulla rinascita, il ricominciare da capo, le metamorfosi – ha voluto restare, in buona parte continuo – cioè unito al passato e da esso derivante- che non ha scelto né la malattia quasi mortale né la caduta trasformante; che di fatto teme soprattutto gli stati d’alterazione in cui i sogni si infiltrano, fino a travolgerlo, nel suo io cosciente, facendo di lui quell’angelico Gibreel che non ha nessuna voglia di essere; – e quindi è ancora una creatura che, per quello che ora ci interessa, possiamo definire “vera” …mentre Saladin Chamcha è una creatura di discontinuità scelte, una reinvenzione volontaria; e la sua rivolta intenzionale contro la storia lo rende quindi, nel linguaggio per cui abbiamo optato “falso”? E non possiamo neanche dire che è questa falsità dell’io a rendere possibile in Chamcha una falsità più grave e più profonda- che chiamiamo “male” – e che è questa la verità, la porta aperta in lui della sua caduta?- Mentre Gibreel, seguendo la logica della terminologia che abbiamo stabilito, è da considerare “buono” perché vuol rimanere, nonostante tutte le sue vicissitudini, un uomo fondamentalmente non modificato?

Gibreel e Chamcha hanno una visione completamente opposta dell’Occidente e di Londra, la città in cui trovano rifugio dopo la loro “caduta”. Il primo è un divo di Bollywood che ha recitato in svariati film di ispirazione religiosa ed è fiero delle sue origini, della sua fama. Invece, Saladin, l’attore camaleontico dalle mille e una voce, ha sempre desiderato cancellare il suo passato, per diventare un vero e proprio cittadino inglese. Chamcha ha sempre provato risentimento verso suo padre e verso i suoi connazionali: ha cercato di trasformarsi in qualcos’altro, di rinnegare sé stesso. Il bene, incarnato dall’arcangelo Gibreel e il male, rappresentato dal diavolo Saladin, a questo punto dovrebbero scontrarsi per contendersi il dominio su Londra. Invece, no: il “demonio” intraprenderà un percorso che lo porterà a riappacificarsi con suo padre, mentre l’entità angelica sperimenterà una serie di sorprendenti visioni. Il risultato finale della loro sorprendente trasformazione non sarà affatto scontato.

Il libro di Rushie è stato condannato, costringendo il suo autore alla clandestinità, perché durante le esperienze oniriche di Gibreel, si narra la storia del profeta Maometto (Mahound nel romanzo), citando un episodio in cui il Profeta aveva sostenuto che Allah non era l’unica divinità. In effetti, tutti i profeti incontrati dall’arcangelo, che dovrebbe ispirarli e guidarli, ma che in realtà non è altro che una marionetta al servizio di una più potente e inquietante entità, sono rappresentati come figure ambigue e pronte a compromessi. La pericolosità del romanzo sta proprio nell’obbligarci a riflettere, a mettere in dubbio la santità, non solo di Maometto, ma di chiunque sostenga di conoscere il volere divino. Rushie sembrava aver già presagito quanto le sue parole fossero incendiarie: nella sua rivisitazione della storia del Profeta, uno dei maggiori oppositori di Maometto è proprio un poeta. La parola è sempre disturbante nel romanzo: i versi satanici del titolo non sono altro che rime insinuanti con cui il diavolo Chamcha cerca di tentare di Gibreel, di farlo cadere dal suo già precario piedistallo.

I confini tra realtà e finzione diventano sempre più sfumati, mentre si prosegue la lettura. Gibreel e Saladin potrebbero essere solo due mitomani, intrappolati in ruoli imposti dalla follia. L’unica a restare reale e spaventosamente attuale è Londra, la città infernale. Rushie la descrive come una metropoli dove l’integrazione tra diverse culture è tutt’altro che riuscita. L’autore obbliga il lettore a riflettere sui problemi legati all’immigrazione e su come gli stranieri vengono visti dagli occidentali. La folla della città indossa aureole o corna di diavolo, come simboli politici, come emblemi di un malessere che deriva da una imperfetta coabitazione. Chamcha, dopo la sua mostruosa metamorfosi, sembra diventare un simbolo del diverso che appare come bizzarro e inquietante.

I versi satanici non sono un libro semplice, richiedono tempo e concentrazione. In certi punti si può avere l’impressione di “stare spingendo una bicicletta su per una salita”, mentre si legge. Vi consiglio di affrontarli con calma e con dedizione e vi lascio all’interessante articolo  “Identità” e “verità” in frantumi in The Satanic Verses di Salman Rushdie di Lucia M.R.D Calello che vi aiuterà a comprendere più a fondo questo complesso romanzo.

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