L’omonimo

l'omonimo jhumpa lahiri

Ho un problema con le aspettative letterarie e con alcune quarte di copertina. Ho sempre sentito parlare bene di Jhumpa Lahiri, del suo stile e dei suoi romanzi. Però, l’Omonimo non è riuscito a colpire nel segno. Le poche frasi sul retro del libro anticipano già quasi tutta la vita del protagonista Gogol, lasciando poco spazio alla sorpresa.

Gogol ha lo stesso nome del tormentato scrittore perché suo padre Ashoke è sopravvissuto a un terribile incidente ferroviario proprio grazie a un romanzo del grande autore russo: i soccorritori lo hanno individuato, in mezzo ai rottami, grazie alle pagine bianche che stringeva in mano. In realtà, Ashoke pensava di usare Gogol solo come soprannome, ma per un tragico scherzo del destino, il nome che doveva essere riservato alle mura domestiche, agli amici più stretti, è diventato il nome “ufficiale” del suo primogenito. Gogol lo odia e, un giorno decide di cambiarlo, ma non può spezzare il legame con le sue origini e con il suo passato. Solo dopo molti anni, riuscirà a riappacificarsi non solo con quel nome ingombrante, ma anche con le sue radici indiane.

Jhumpa Lahiri racconta la storia di una famiglia di immigrati bengalesi, che, appena sposati e non ancora innamorati, si ritrovano in America. Ashoke e Ashima Ganguli rimangono sempre legati alle loro tradizioni, a una cerchia di amici indiani, pur integrandosi con i loro concittadini americani. Invece, i loro figli “born in the U.S.A.” si sentono statunitensi e cercano di rivendicare una maggiore libertà. La scrittrice mette perfettamente a fuoco il punto di vista di due generazioni diverse, intrecciando la nostalgia e lo spaesamento dei genitori con il desiderio di ribellione di Gogol e sua sorella. Mentre la secondogenita sembra trovare un equilibrio, gli altri Ganguli sembrano segnati da un’insita malinconia. Ashoke è un uomo poco espansivo, che sembra incapace di comunicare agli altri sia le sue ferite interiori sia il suo affetto: i suoi sentimenti affiorano da piccoli gesti, da minimi accenni. Invece, Ashima sembra destinata ad essere sempre divisa tra America e India. La donna, nonostante la sua forza interiore, è destinata alla solitudine ad avvertire sempre la mancanza di qualcuno nella sua vita. Allo stesso modo, Gogol sembra costretto ad essere sempre inquieto, incompleto, almeno sinché non si deciderà a leggere i racconti del suo omonimo.

Il mio problema è che Gogol, lo scrittore, rimane nell’ombra per la maggior parte del romanzo: credevo che la sua vita si sarebbe intrecciata con quella del suo omonimo, invece non è successo. Il giovane Ganguli (perdonatemi) è piuttosto insipido come personaggio. Non sono riuscita ad affezionarmi, ad essere partecipe delle sue gioie e dei suoi dolori. Forse, mi aspettavo che, con un nome del genere, la sua vita fosse molto più avvincente e spettacolare. Alla fine della lettura, rimane impressa nella mente, non tanto l’immagine del protagonista, quanto quella dei suoi familiari e il susseguirsi di lutti e gioie che li hanno segnati. Più del singolo Gogol, conta la storia della sua famiglia delle sfide che l’immigrazione pone al singolo individuo e alla sua identità. 

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3 pensieri riguardo “L’omonimo

    1. Mentre mi sentivo in colpa, perché non sono riuscita ad apprezzare questo libro, sono incappata nella recensione di una blogger(conamoreesquallore.blogspot.com) delusa che proponeva di guardare non tanto ai romanzi quanto ai racconti brevi di questa autrice. Posso solo consigliarti, al buio, L’interprete dei malanni. Ti proporrei di leggerti un po’ di recensioni per capire cosa può fare al caso tuo ;).

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