La misura del mondo

la misura del mondo

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.

Questa è la storia di due geni che hanno consacrato la loro esistenza alla misurazione del mondo, alla scienza. Lo scrittore Daniel Kehlmann si diverte a confondere realtà e finzione, disegnando la sua personalissima mappa della vita di Alexander von Humboldt e di Carl Friedrich Gauss. Due esistenze, due rotte parallele destinate a incrociarsi.

Leggere o non leggere, questo è il dilemma. Mi ero imbattuta ne La misura del mondo qualche anno fa, mentre mi informavo sugli autori tedeschi che sarebbero stati protagonisti del Salone del Libro. Ero rimasta incuriosita da questo romanzo, ma temevo che avrei dovuto sorbirmi un’infinità di calcoli e di nozioni scientifiche indigeribili. Mi sbagliavo. Ora ho rimediato al mio errore e posso assicurarvi che questo libro vi sorprenderà e che sarà difficile resistere alla tentazione di sfogliarlo tutto d’un fiato.

Gauss e Humboldt mi sono sembrati una coppia di irresistibili sociopatici altamente funzionanti: due menti superiori, come Sherlock, ma incapaci di entrare in relazione con gli altri, di adattarsi alla loro epoca. Sono sempre alla ricerca di nuovi luoghi da esplorare, di nuove formule, ma a forza di guardare il cielo rischiano di cadere in un pozzo, di perdere di vista la realtà. Chi li conosce e condivide le loro avventure si vede messo in secondo piano e viene sacrificato all’altare della conoscenza. Infatti, alla coppia di geni si contrappongono due reclutanti Watson: Bonpland, che tirerebbe volentieri un pugno a Humboldt e che non ne può più di seguirlo nelle sue spedizioni e Eugen, il figlio, decisamente poco amato, di Gauss. Entrambi, seguendo rotte che sembrano già prestabilite, attraverseranno l’Oceano: la distanza segnerà un punto di non ritorno, la separazione definitiva da due geni con cui è stato impossibile comunicare.

Gauss e Humboldt sono destinati a rimanere due outsider: le loro menti sono più veloci di quelle degli altri, sono sempre in anticipo sui tempi. Guardano il mondo in modo diverso, cogliendo connessioni che sfuggono ai più. Eppure, sono destinati ad essere sconfitti, a convivere con la consapevolezza che se fossero nati cent’anni dopo avrebbero potuto avere a disposizione più mezzi, maggiori possibilità. Sanno che le loro scoperte sono effimere, che qualcuno un giorno potrà superarle o poter utilizzare strumenti più raffinati per misurare meglio il mondo. Sono tristemente consapevoli dei loro limiti:

(…) il ricercatore non è un creatore non inventa nulla, non conquista nessuna terra, non produce benefici, non semina e non raccoglie, e ogni volta qualcun altro lo segue e dopo di lui ancora un altro che sa di più, fino a quando tutto si inabissa di nuovo.

Daniel Kehlmann descrive la parabola di questi ricercatori, mescolando dato storico e fantasia, per renderli più umani, più vicini a noi. Lo scrittore sa dosare in modo sapiente humour e riflessioni filosofiche, ricostruendo pagine lasciate bianche nei diari dei suoi protagonisti: immaginando tutte le delusioni, tutti i momenti imbarazzanti che nessuno vorrebbe far conoscere ai posteri. Il romanzo strizza l’occhio al lettore, invitandolo a partecipare al gioco a immaginare cosa sarebbe potuto succedere, cosa ci è stato nascosto, e prendendosi allegramente poco sul serio:

Gli artisti dimenticano spesso e volentieri il loro compito: mostrare la realtà. Gli artisti considerano un merito le divagazioni, ma le cose inventate confondono le persone, la stilizzazione falsifica il mondo. Per esempio, scenografie che non tentano di dissimulare che sono di cartone (…) romanzi che si tramutano in favole menzognere, perché l’autore mette le sue balzane idee in bocca a personaggi storici.
Riprovevole, disse Gauss.

Che meravigliosa divagazione, disse il lettore giunto all’ultima pagina.

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