Serenata senza nome

serenata senza nome

Insomma, da quanto continuate a trascinarvi… in questo rapporto che non vi dona altro che sterile sentimentalismo e lacrime d’infelicità? (Black Butler, vol.7, Yana Toboso)

L’amore ti strazia, ti fa salire le lacrime agli occhi, è una canzone triste che risuona nelle strade bagnate di pioggia, ma è anche una melodia che può finire con l’annoiare. In Serenata senza nome, di Maurizio de Giovanni, la passione gioca un ruolo centrale e si declina in diverse sfumature: per uno strano ossimoro, è al centro sia delle pagine più riuscite che di quelle che avrei preferito non dover leggere.

Diverse serenate risuonano per i vicoli di Napoli, storie d’amore contrastato. Da una parte abbiamo il lamento accorato di Vincenzo Sannino, un pugile che è ritornato dall’America, solo per scoprire che la donna di cui è innamorato, da sempre, si è sposata con un altro. Dall’altra, il femminiello Bambinella si strugge perché il suo uomo si è messo contro alle persone sbagliate. Nel mezzo c’è Ricciardi che è diviso tra i fantasmi, tra le voci dei morti che vogliono trascinarlo verso la follia, e il canto di ammalianti sirene che reclamano il suo cuore. Le prime due canzoni sono tristi, coinvolgenti, mentre la terza sembra già vecchia, come un disco che ha girato troppo sul grammofono e ha finito col consumarsi.

Mi fa quasi paura ammetterlo, ma in questo romanzo Ricciardi è quasi di troppo. Sembra che non ci sia più niente da dire sull’uomo dagli occhi di vetro: gli altri personaggi, specialmente il brigadiere Maione, hanno spazio per crescere, per maturare, mentre lui sembra destinato a non poter cambiare. Il suo rapporto con Enrica continua a fare un passo in avanti e due indietro: sta diventando una palus putredinis di noia e insofferenza. Avrei tanto preferito che al posto dei suoi patemi d’animo ci fossero state più scene con Bambinella, un personaggio formidabile che mi sembra sempre lasciato troppo in disparte.

L’altra grande assente, oltre alla verve del commissario, è Napoli. Di solito, nei romanzi di De Giovanni la città è protagonista e il lettore può godersi delle vere e proprie passeggiate letterario-sensoriali tra i suoi quartieri: può assaporarne i sapori, coglierne le voci e i profumi, ammirarne i chiaroscuri. In questo volume, invece, l‘amore domina su tutto, riducendo all’osso le descrizioni. Rimangono solo i luoghi chiave, quelli che ormai i lettori affezionati conoscono a memoria, e neanche tutti: quanto mi è mancata la rituale sfogliatella al Gambrinus.

Alla fine, ad emergere sono le voci di Sannino e di Bambinella, accomunati , dalle ferite d’amore. La serenata del pugile contiene tutta la tristezza dell’emigrante, tutti gli sbagli, il sangue e il sudore versati sul ring. Vicenzo, dopo aver lottato per anni, per diventare degno delle sua amata, riceve un tragico colpo al cuore. Poi, quando il marito della donna viene ucciso, diventa subito il principale sospettato. Il pugile diventa una sorta di eroe tragico, segnato da un incontro finito nel modo peggiore, da errori a cui sembra che non sia più possibile rimediare. Invece, il femminiello deve sacrificarsi, continuare ad essere un oggetto del desiderio, di tutti e di nessuno, per poter salvare il suo amato: gli è negata la possibilità di costruire un rapporto stabile e duraturo. Bambinella diventa così un’incarnazione del desiderio, fuggevole e mutevole: destinato a regalare attimi di felicità e oblio agli altri, ma non a sé stesso. Gli resta solo l’amicizia di Maione, che, finalmente, si è reso conto di essersi affezionato al suo informatore.

La serenata scorre via, lasciando nelle mente del lettore degli interrogativi e un vago senso di delusione. La storia ha bisogno di andare avanti, di non trascinarsi e, forse, anche di qualche rivoluzione.

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